Visualizzazioni totali

martedì 25 marzo 2014

Si può parlare di colpe? La storia di Dolores e l'aiuto di Veggie


Buongiorno a tutti, sono Dolores, mamma di Laura, oggi  diciassettenne, malata di anoressia da quando ne aveva 13

Magari io e mio marito non abbiamo colpe per la malattia di nostra figlia, ma siamo certamente parte in causa.

Quando Laura aveva circa 8 anni, io mi sottoposi ad una dieta dimagrante; lo feci sotto stretta sorveglianza medica e fu anche un periodo allegro, ma contrassegnato comunque da una marcata attenzione per il cibo, che col tempo frena e inibisce la spontaneità che si dovrebbe avere con esso. Già: l’attenzione per il cibo, la scelta di cibi sani, verdura piuttosto che carne, no alle merendine, no a questo si a quello………

Nella nostra famiglia  ci sono stati diversi casi di cancro, e si mangiava cotoletta alla milanese, salame e patate fritte a volontà, così sulla nostra tavola sono comparsi il tofu, il seitan, la cotoletta di soya ecc….e slogan del tipo: mangiamo poco e vivremo a lungo!

Così facendo abbiamo caricato il cibo di una valenza positiva o negativa. Troppa educazione alimentare fa male.

Se a tutto questo poi uniamo una certa predisposizione per la malattia mentale……io ho sofferto di depressione, l’ ultima della quale postpartum, 17 anni fa, per la quale a tutt’oggi assumo degli psicofarmaci.

Vedete quindi che, se non di colpa vera e propria si può parlare, noi genitori di Laura abbiamo comunque le nostre responsabilità.

Risposta di Veggie


Cara Dolores,

 

grazie innanzitutto per la tua e-mail, e per aver voluto condividere con me la tua esperienza.

 

Io ritengo che ogni persona sia un caso a sé, e che dunque sia pertanto impossibile fare generalizzazioni. Data l’estrema variabilità sotto ogni punto di vista di ogni persona, la tematica assume carattere puramente soggettivo.

 

Io parto dall’ovvio presupposto che i disturbi alimentari siano patologie multifattoriali, ovvero ingenerate da miriadi di concause diverse tra loro, e differenti da persona a persona. Dunque, proprio perché i DCA sono patologie multifattoriali per antonomasia, è impossibile individuare una causa specifica su cui puntare il dito: le cause sono tantissime, e tra i vari fattori che agiscono ce ne sono senz’altro alcuni preponderati rispetto ad altri… che non devono però necessariamente ricercarsi nell’ambito familiare.

 

Per quanto anche la famiglia, in certe persone, possa rappresentare una delle millemila concause che portano allo sviluppo di un DCA, non ne è la causa principale né determinante, come molte cose che si trovano scritte, su Internet ed altrove, vorrebbero far credere. Anche perché il dire che lo sviluppo di un DCA filiale sia conseguenza dell’atteggiamento genitoriale, presupporrebbe che la figlia fosse una specie di spugna che assorbe quanto le viene detto e lo interiorizza in maniera acritica, e negherebbe la capacità della figlia stessa di possedere un cervello e dunque di ragionare su ciò che le viene detto, e di autodeterminarsi.

 

Non solo un DCA è così complesso che non si può fare un’attribuzione univoca di colpa/responsabilità, secondo me è proprio scorretto l’utilizzare parole come “colpa” e “responsabilità”, perché le trovo controproducenti e meramente fini a se stesse: chi si colpevolizza si fa domande all’infinito sul perché sia successa una determinata cosa, e su come avrebbe potuto comportarsi per evitarlo… ergo, gira e rigira sul passato, che è inalterabile per definizione in quanto passato. E perde così tempo prezioso che avrebbe potuto impiegare per capire cosa potrebbe fare da quel momento in poi per cercare di migliorare la situazione.

 

Per quello che può servire, nella mia famiglia siamo tutti fisiologicamente magri, nessuno ha mai seguito una dieta, e non c’è mai stata particolare attenzione all’alimentazione né particolare educazione alimentare. E, per inciso, nella mia famiglia non ci sono mai stati casi di malattia mentale. Ciò non ha impedito che io mi ammalassi ugualmente di anoressia. Vedi bene perciò che non c’è una correlazione di causalità diretta tra comportamento genitoriale nei confronti dell’alimentazione, e risposta filiale in termini di maturazione di un disturbo alimentare. Le ragione che mi hanno portata ad ammalarmi da anoressia sono state molteplici, e sono riuscita a concretizzarle – almeno in parte – dopo anni di psicoterapia, e non avevano niente a che vedere con la mia famiglia: avrebbero potuto comportarsi in qualsiasi modo nei confronti del cibo, ed io mi sarei ammalata lo stesso, perché la mia anoressia affondava le sue radici in tutt’altri tipi di problematiche.

Naturalmente non conosco tua figlia e non conosco la sua storia, quindi lungi da me il voler fare illazioni. Però mi sento di dire con ragionevole sicurezze che, ammesso e non concesso che voi genitori abbiate rappresentato una delle tantissime concause che hanno portato vostra figlia a sviluppare un DCA, certamente non siete affatto così centrali come temete di essere.

 

Non ci trovo niente di sbagliato nella vostra educazione alimentare: anzi, penso che sia segno di grande intelligenza e responsabilità il rendersi conto che la ricorrenza di certe patologie tumorali in famiglia potesse essere legata anche ad un’alimentazione scorretta, e il cercare di fare il possibile per nutrirsi correttamente ed in maniera quanto più sana possibile. Il che, certo, non scongiura in toto il rischio di ammalarsi di tumore (poiché per alcuni tipi di tumore esiste un fattore causale genetico riconosciuto), ma sicuramente giova all’organismo, e senz’altro abbassa il rischio. Lo slogan “mangiamo poco e vivremo a lungo” è senz’altro sbagliato, ma lo slogan “mangiamo SANO e vivremo a lungo” è verissimo, quindi rispetto in pieno la tua scelta di affiancare verdure ed alimenti di origine vegetale ad un’alimentazione carnea, che pure è necessaria, se seguita nella maniera adeguata, e senza eccedere.

 

So che tra l’avere la consapevolezza razionale delle cose e il sentire emotivo c’è spesso un grosso gap che è veramente difficile da colmare, ma credimi se ti dico che l’angosciarsi sui comportamenti pregressi è fine a se stesso e non giova in alcun modo né a te ne a tua figlia. Pensate soltanto a come cercare di combattere insieme da ora in poi: è l’unica cosa veramente utile che possiate fare.

 

A parte tutto… spero che tua figlia stia seguendo un percorso psicoterapeutico e di riabilitazione nutrizionale, e che possa stare sempre meglio.

 

Vi faccio un enorme “in bocca al lupo.

 
Spero che questo scambio di mail vi possa aver dato la possibilità di riflettere ulteriormente....
aspetto vostre opinioni
un abbraccio
Michi

mercoledì 12 marzo 2014

Si parla di colpe?!

Grazie Rosy per voler condividere con noi pensieri sempre così importanti e sentiti... un abbraccio




Nei disturbi alimentari non esistono colpe...tante, troppe volte tutto si fa risalire esclusivamente a madri opprimenti o troppo apprensive, a padri incapaci di prendere decisioni o posizioni, estremamente passivi, a genitori assenti, anaffettivi o proiettati in maniera preponderante sulle aspettative rivolte verso figlie/figli che tendono a volerle rispettare a tutti i costi oppure ad assorbire le loro angosce e le loro ansie forse per potergliele strappare e alleggerirli...e chi ne ha più ne metta..molte volte un invischiamemto di ruoli o di emozioni che si traducono in un 'sistema' confuso contribuisce all'esplosione del sintomo...CONTRIBUISCE appunto, proprio come tutti gli aspetti su menzionati...i fattori in gioco sono molteplici ; dinamiche relazionali si, che si esprimono in primis nel nucleo familiare, ma anche individuali. Tutto questo però non deve far cascare nel tranello delle COLPE...assolutissimamente controproducente. Assumersi le proprie responsabilità, riappropriarsi del proprio ruolo così come del proprio 'carico', un modo per venire a contatto ognuno con il proprio sé e trovare un moto di reazione.. 
E voi cosa ne Pensate ?
A presto
Michi

lunedì 17 febbraio 2014

5 RISPOSTE AI QUESITI PIU' FREQUENTI DELLE FAMIGLIE DA UN'ESPERIENZA VISSUTA

La nostra amica Veggie ha deciso di aiutarci a rispondere ad alcune delle domande più frequenti poste da famigliari e persone vicine a chi soffre... grazie e buona lettura!!!


Precisazioni da parte di Veggie:
A)Quanto scriverò è basato unicamente sulla mia opinione personale. Nessuna valenza scientifica, nessuna valenza professionale, unicamente la mia opinione – opinabile per antonomasia. Ergo, non prendere assolutamente per oro colato quanto scriverò, perché rispecchia solamente quelle che sono le mie personali idee in merito.

B)Ritengo che non esistano “ricette perfette”, e che il percorso di ricovero debba essere assolutamente individualizzato e personalizzato. Paradossalmente, se esistessero sapremmo perfettamente quale iter far seguire ad ogni qualsiasi persona malata di DCA, e saremmo sicuri che al termine di quell’iter la persona starebbe concretamente meglio sotto ogni punto di vista. Non è così, ovviamente, le panacee universali in questo campo penso non ci siano. Quindi, nel rispondere alle tue domande, farò riferimento alla mia esperienza personale, e tutt’al più a ciò che ho visto nelle persone intorno a me, ergo ciò che scriverò è autoreferenziale e perciò non è in alcun modo generalizzabile.


 
Domande e risposte:
 
1) Perchè il ricovero in struttura dedicata?


Penso che i vantaggi delle strutture dedicate (ammesso e non concesso che funzionino in maniera adeguata, ovviamente) siano molteplici. Innanzitutto, la persona ricoverata ha la possibilità di essere seguita quotidianamente e h24 dai diversi membri dell’equipe medica che lavora nella clinica: dietisti, psicologi, psichiatri, medici di medicina generale, il che consente un monitoraggio costante tanto delle condizioni somatiche quanto degli aspetti psicologici, poiché sono dell’idea che la psicoterapia e la riabilitazione nutrizionale, per avere spettanze di successo, debbano procedere di pari passo. Inoltre, una clinica mette a contatto persone che hanno le stesse problematiche e che, se motivate nel percorso che stanno facendo, possono supportarsi a vicenda in maniera tale da avvertire meno il senso di isolamento che spesso caratterizza chi ha un DCA nella sua vita quotidiana: può quindi nascere all’interno del gruppo una sorta di auto-aiuto che si affianca all’aiuto professionale. Un ricovero in clinica può essere inoltre anche un modo per staccare la persona malata da un contesto di quotidianità che in qualche modo favorisce la persistenza della malattia e il reiterare comportamenti sintomatici, ed introdurla in un nuovo ambiente dove durante la degenza vengono forniti strumenti che possano consentire alla persona stessa di adottare strategie di coping diverse da quelle proprie del DCA una volta che, terminato il ricovero, saranno reintrodotte nella propria quotidianità. Infine, la struttura dedicata consente un alto livello di specializzazione: tutti i professionisti che vi lavorano infatti sono altamente settorializzati e mirati al lavoro con persone affette da disturbi alimentari, per cui c’è sicuramente una qualità e un’accuratezza della cura migliore che altrove.


 
2) Quando il ricovero?


 - Non solo “quando”, c’è da chiedersi anche “se”. Il “se” e il “quanto” penso debbano essere valutati da uno specialista che conosce, perché l’ha seguita, la persona per la quale il ricovero viene eventualmente prospettato. Penso che se c’è consapevolezza di malattia e, a maggior ragione, voglia di combattere contro la malattia, il ricovero possa essere fortemente produttivo. Però ritengo che sia in grado di dare input positivi anche in chi è più indietro nel suo “percorso di ricovero”, fermo restando ovviamente che minore è la consapevolezza e soprattutto minore è la voglia di combattere, minore sarà la voglia e la capacità di utilizzare gli strumenti di lavoro su se stesse che vengono messi a disposizione da una struttura. Per il resto, credo che la valutazione debba essere assolutamente individualizzata e molto scrupolosa, perché essendo tutte persone diverse, reagiamo in maniera differente anche a fronte del medesimo stimolo: per cui sta allo specialista la capacità di comprendere se la persona che ha di fronte potrebbe reagire positivamente al ricovero in una struttura specializzata e fruirne, oppure se il rimedio sarebbe peggiore del male innescando nella paziente un rifiuto e quindi un arroccamento ancora maggiore sulle posizioni del DCA. Qui sta all’abilità dello specialista valutare, ovviamente anche e soprattutto ascoltando quelle che sono le volontà a tal riguardo della paziente stessa, e agendo di conseguenza… Ricordando che, anche una stessa paziente, può essere non pronta ad un ricovero in una clinica specializzata in un certo momento della sua vita, mentre può tranquillamente esserlo successivamente.


 
3)  Come può essere evitato se una consapevolezza dell'aiuto manca nella prima parte della malattia?


 - A mio avviso, l’unico modo per evitare il ricovero in una clinica specializzata nella prima parte della malattia, è quello di fare in modo che la persona malata sia comunque seguita ambulatorialmente, sia sul piano alimentare che psicologico, con costanza. Penso che i ricoveri coatti (e parlo per esperienza personale) siano molto fini a se stessi… Meglio allora, se la paziente non ha consapevolezza di malattia, iniziare un più soft approccio ambulatoriale, che faccia sentire la persona meno sotto pressione, e che magari può essere convertito in un ricovero franco solo successivamente, quando c’è più collaboratività.


 
4) Dopo quanto tempo può essere giudicato insufficente l'approccio non residenziale?


 - Anche questo ritengo sia variabile da persona a persona. Ci sono persone che ce la fanno tranquillamente (o, addirittura, meglio) con un approccio non residenziale, altresì ci sono persone per le quali il ricovero rappresenta la miglior strada da percorrere. Molto conta cosa ne pensa la paziente, cosa sente di aver bisogno, quale vede essere la strada più adatta per sé. Generalizzando (per quanto io detesti le generalizzazioni…) direi che un buon criterio per decidere di proporre alla paziente di passare da un regime ambulatoriale a un regime di ricovero sia rappresentato dalla mancata regressione o dall’aggravamento dei sintomi presentati dalla paziente al momento dell’inizio della terapia ambulatoriale. Con tempi variabili sulla base delle condizioni psicofisiche della paziente stessa. E fermo restando, ovviamente, la libertà di scelta della persona malata.


 
5) Fermo restando l''unicità di ogni storia,si può parlare di percorso della malattia sia in entrata che in uscita?


- Il “percorso in entrata” della malattia, per quella che è stata l’esperienza mia e delle persone con cui ho conosciuto e parlato sia durante i miei ricovero, sia tramite blog, è veramente diversissimo da persona a persona, quindi oggettivamente non direi che si possa parlare di “percorso in entrata”. Più analogie, invece, le posso vedere nel “percorso in uscita”: fermo restando anche qui le differenze interindividuali, sicuramente ampissime, una cosa che ho notato e che ci accomuna abbastanza tutte è che l’uscita da un DCA necessita il trovare cose che riempiano la vita e che siano altro dal DCA stesso. In parole povere: occorre cercare di dare più importanza ad altre cose, quali che siano, e cercare poco a poco di costruirsi una vita autonoma al di là dell'anoressia, poiché nel momento in cui si arriva ad avere una vita che compendia numerosi interessi “sani” e positivi, ci si rende conto che l’anoressia non ci serve più poi così tanto. Non penso che questa sia l’uscita tout-court dall’anoressia. Anzi, credo che pur trovando interessi che non hanno niente a che vedere col DCA, si abbiano comunque ricadute più o meno pesanti (per lo meno, questa è stata la mia esperienza). Trovare cose da fare che derogano completamente dall’anoressia non è la bacchetta magica della guarigione né la panacea, ma penso che possano aiutare ad allontanare la testa da certi pensieri ossessivi, nonché a scoprire un angolo di mondo che ci offre opportunità positive che ci possano far sentire che allora vale veramente la pena il cercare di distaccarsi quanto più possibile dal DCA per poterci dedicare ad altro. Trovare un qualcosa che ci faccia sentire che, ributtandoci del tutto nell’anoressia, avremmo qualcosa da perdere. Trovare qualcosa che ci stia veramente a cuore. Perché questo può fare una significativa differenza.


 
Aspettiamo ulteriori domande, opinioni e consigli...
grazie
a presto
Michi

Quando una famiglia se ne accorge...


“chi sa come realmente si ripercuote sulla vita di una famiglia?”

 

Sono la mamma di una ragazza anoressica di 15 anni.

Ce ne siamo accorti nell’aprile 2013. E quando ce ne siamo accorti aveva già perso 16 kgs.

Chi non è o non è stato genitore di un figlio con problemi del comportamento alimentare non riuscirebbe a capire come sia possibile non accorgersi di un calo ponderale così importante. Eppure è successo! A noi che pensavamo di essere dei genitori attenti.

Siamo seguiti da un neuropsichiatra a livello medico e da due psicologhe a livello psicologico: una per noi e una per nostra figlia.

Continuiamo a lottare eppure quanta fatica, giorno dopo giorno, pasto dopo pasto. Perché in fondo tutto il mondo (tutta la nostra vita familiare) si riduce al mondo dei pasti.

Finora nostra figlia sta accettando la dieta, e solo questo dovrebbe bastarmi per essere felice. Ma è dura.

Fin dall’inizio ho sempre pensato che una corretta informazione dovrebbe essere divulgata il più possibile perché al momento non esiste.

Faccio il mio esempio. Prima sapevo soltanto che l’anoressia è una malattia. Ma pensavo di avere costruito una famiglia indenne: nessun grande trauma psicologico, nessuna ambizione ad essere modella o ballerina da parte sua, educazione incentrata alla comprensione di quanto sia importante andare oltre la mentalità dell’immagine perfetta. Eppure non è così.... l’anoressia si può infiltrare in ogni famiglia e quando ci si accorge è già troppo tardi.

Ecco perché ritengo molto importante quanto voi stiate facendo, soprattutto con l’istituzione della giornata nazionale.

Un saluto cordiale.

Grazie per la testimonianza
Con affetto
Michi

venerdì 10 gennaio 2014

Si guarisce dall'anoressia?

Non sono una persona guarita dall’anoressia che scrive qui per svelarvi il magico segreto della guarigione dal vostro disturbo alimentare; non sono in grado di “far guarire dall’anoressia” nessuno. Posso supportarvi, posso condividere con voi quelle strategie che mi sono state utili per fare passi avanti, posso cercare di darvi dei consigli, ed è certamente quello che faccio e che ho intenzione di continuare a fare, ma non ho la capacità di “salvare” nessuna. Per il semplice fatto che la “salvezza” da un DCA è un qualcosa d’individuale, che ciascuna può conquistare soltanto lavorando su se stessa, con tanta introspezione e olio di gomito.
Perciò, se anche via e-mail mi scrivete chiedendomi come si fa a guarire, io questo non lo so, sia perché la strada e diversa per ciascuna di noi, sia perchè io per prima non sono propriamente “guarita”. Sono sicuramente fuori dalla fase peggiore dell’anoressia, ma so di non potermi considerare “guarita”. Del resto, come ho già scritto altrove, trovo la parola “guarigione” inappropriata per malattie come i DCA, indicando con il termine “guarigione” (in senso strettamente medico) la completa remissione di tutti i segni e i sintomi, sia fisici che psicologici, inerenti una determinata malattia. La mia personale opinione è che non si possa guarire da un DCA nel senso proprio del termine: per quanto il peso corretto possa essere recuperato, rimarrà sempre in noi qualcosa di questa malattia, una vocina nella testa, un approccio non proprio spontaneo al cibo, una tentazione.

Tuttavia, credo fermamente nel fatto che sia assolutamente possibile avere una remissione dell’anoressia. Avere una remissione significa che la voce dell’anoressia è sempre presente da qualche parte dentro di noi, e parla… ma che noi decidiamo scientemente, giorno dopo giorno, di non assecondarla, seguendo uno stile alimentare e uno stile di vita regolari. Essere consce della presenza interiore dell’anoressia, ma avere un corpo sano ed utilizzare strategie di coping differenti dalla restrizione alimentare: ecco cos’è la remissione… ed è un traguardo cui credo fermamente possiamo arrivare tutte quante, nessuna eccezione. Un traguardo per cui dobbiamo continuare a lottare.

Quindi, in conclusione: non sono fuori dall’anoressia, ma ho fatto dei passi avanti. Non sono qui per essere presuntuosamente presa a modello di “persona guarita dall’anoressia”, ma sono qui semplicemente per dirvi che all’anoressia c’è un’alternativa. Un’alternativa decisamente migliore. Che si può combattere, perché è quello che sto facendo. Che questo combattere porta oltre, perché è dove sto andando.


 Veggie


Questo testo è tratto da un post pubblicato da Veggie sul suo blog; abbiamo pensato di partire da qui per iniziare un nuovo, e speriamo produttivo dibattito.
Possiamo pure iniziare con esperienza personali ed opinioni.... Che cosa si intende con l'espressione "guarire da un DCA?"
N.B
Tengo a specificare che esperienze ed opinioni sono qualcosa di personale e relativo al proprio percorso.
Un abbraccio
Michela

domenica 22 dicembre 2013

Auguri!

Mi nutro di vita augura a tutti un Felice Natale ed un Sereno 2014!!!
Michela e tutti i Soci

mercoledì 4 dicembre 2013

Altri contributi...

Ed ecco a voi un contributo della nostra amica  Simolyliham tratto dal suo blog "Fame d'amore" :

Anoressia e Bulimia. Una giovane donna racconta la sua storia“DCA” per molte persone è una sigla vuota, per altre invece colma di dolore, sofferenze, tristezza se non depressione; e per altre ancora è sinonimo di morte, propria o di qualche caro.
Con la sigla DCA (Disturbi del Comportamento Alimentare) si indicano diverse malattie che, soprattutto negli ultimi anni, sono diventante tristemente famose rimbalzando da media a media: anoressia nervosa, bulimia nervosa, disturbo dell’alimentazione incontrollata, obesità, picacismo. Tra queste malattie quella più nota è l’anoressia, perché strettamente legata al culto di un certo tipo bellezza.
Abbiamo incontrato Adriana (nome di fantasia), una ragazza che vive nell’area pinerolese, che è stata malata di anoressia e di bulimia, ed è ora è sulla via della guarigione.
Come accade che una ragazza si ammali di anoressia?
All’inizio vuoi seguire il canone di bellezza della Società di oggi, dove “magro è bello”. Tutto inizia con una semplice dieta: vuoi soltanto dimagrire. Perciò inizi a contare le calorie, a pesarti tutti i giorni e a ridurre le porzioni sempre più. Tutte le ragazze potenzialmente potrebbero ammalarsi, perché tutte fanno la classica dieta.
Come ti accorgi che qualcosa non va nel tuo modo di seguire una dieta?
In realtà tu non te ne accorgi: i tuoi comportamenti ti sembrano normali, fino a quando insorgono atteggiamenti che ti portano ad un “punto di non-ritorno”. Ne prendi coscienza, o almeno per me è stato così, quando dalla semplice dieta passi davvero ad avere “comportamenti compulsivi-ossessivi” riguardo al cibo e al tuo corpo.
Quali sono i “punti di non-ritorno” di cui parli?
Un punto di non ritorno: quando, raggiunto il peso che ti eri prefissato, continui a non mangiare ugualmente per paura di ingrassare. Così non solo non ingrassi, ma continui a dimagrire. Ti piace vedere il tuo corpo assottigliarsi e iniziano a piacerti le tue ossa. Arrivi ad amare le tue ossa, vuoi le tue ossa.
Tutto ciò che conta è vedere la bilancia scendere: diventa eccitante vedere il numero calare. Persino l’acqua in corpo ti dà fastidio, perché gonfia la pancia e ti fa pesare di più. Si arriva persino a pesarsi prima e dopo l’essere andati al bagno. Un altro punto di non ritorno è il non voler più mangiare di fronte agli altri.
Questo perché, per una ragazza con l’anoressia, anche una fetta di pizza è un pasto eccessivo. Ha troppe calorie. Da sola supera il tuo “budget giornaliero”. Perché arrivi ad avere un budget di calorie giornaliero che di solito, quando la malattia ti prende forte, non supera le 300!
300 calorie in termini di cibo a cosa equivarrebbero?
Circa 3 mele grandi.
Non hai fame?
Certo che hai fame, muori di fame! Hai talmente tanta fame che non senti nemmeno più i crampi alla pancia, anzi sentire lo stomaco che si restringe è diventata una sensazione piacevole. Ma prima o poi la fame ti sovrasta. Ecco che insorge la bulimia per fame: non ce la fai più, non ce la fai proprio più ad un certo punto.
Perché?
Perché ti sei affamato per troppo tempo, a volte per anni. Certe ragazze hanno addirittura l’anoressia pura per quasi una vita, se non muoiono. Ma comunque prima o poi tutte passano dalla bulimia, se non si fa il percorso di guarigione. Perché arrivi che sei proprio affamata, hai una fame bestiale.
Quando mangi che cosa provi?
Quando hai l’anoressia pura è un contorcersi del tuo spirito: ti senti lievitare anche solo per un boccone di verdura, ti senti cosmicamente in colpa, ti senti gli occhi puntati addosso, che tutti ti giudicano una “vacca grassa”.
Nella fase bulimica il termine giusto è “godi”. Quando mangi godi e non riesci a fermarti. Più mangi più mangeresti, come una belva famelica.
Mangi, però poi vai in bagno a vomitare, giusto?
Sì. Non vuoi mangiare di fronte agli altri, ma non vuoi nemmeno che gli altri si accorgano dell’anoressia, quindi devi trovare un modo per mangiare senza ingrassare, anzi dimagrendo. Allora molte ragazze con un DCA iniziano a vomitare. Quando inizi a vomitare è finita, non smetti più: è come una droga, anzi peggio!
Inizi a mangiare tutto quello che vuoi, ma di nascosto, perché sai come smaltire in fretta! Altre ragazze iniziano a fare frenetica e compulsiva attività fisica, altre prendono lassativi, altre ancora (come feci io), fanno più cose assieme.
E tutto questo comincia cercando di dimagrire?
Dimagrire è la punta dell’iceberg. Vuoi essere notata, ma non dai ragazzi, quella è la scusa superficiale. Tu vuoi essere notata dalla gente, precisamente dalle persone che ami, come i tuoi parenti. Perché sono loro che ti hanno causato la fame d’amore.
Loro che, pur facendo il possibile, tutto ciò che erano capaci di fare, non sono riusciti ad amarti come ne avevi bisogno, magari spesso non ti hanno neanche mai apprezzata. Allora, paradossalmente, vuoi diventare invisibile per essere vista.
Come si convive con questa malattia?
Non ci convivi, sopravvivi, finché non muori. Perché di DCA o si guarisce o si muore: puoi sopravvivere anche 30-40 anni con l’anoressia pura (con la bulimia molto meno: ad ogni crisi rischi di avere un infarto), ma alla fine non ce la fai più: i tuoi organi interni si rovinano col tempo.
È una vita di privazioni, giusto?
Sì. Non solo ti privi del cibo, degli affetti e della vita sociale, ma smetti di uscire: hai paura di dover mangiare fuori, quindi davanti agli altri; non sai più come vestirti, perché sei troppo grassa; devi avere ossessivo- compulsivo controllo su tutta la tua vita, persino i bicchieri sulla tavola devono essere messi perfettamente.
L’anoressia è anche una sorta di “elogio alla perfezione”, un pretendere di essere perfetti. Ci si sente superiori agli altri: tu sei più forte, tu “vivi” anche senza cibo. Ma non è un vivere…
Vederti pelle e ossa non ti allarma?
No, perché l’obiettivo ultimo e principale della malattia, è l’autodistruzione: i DCA sono un vero e proprio metodo autodistruttivo e autolesionista. Ci sono ragazze che non si limitano a non mangiare, vomitare, abbuffarsi, ma tentano veramente di uccidersi anche con altri metodi, classici sono i tagli di lametta.
Perché molti credono che sia soltanto un mania da ragazze che vorrebbero fare la modella?
Forse perché la gente non conosce e non capisce che è una malattia, scientificamente dimostrata. Ma al tempo stesso ci tengo a precisare che noi non siamo una malattia. Se tu dici ad una ragazza con l’anoressia che è anoressica, lei sarà contenta perché è arrivata ad identificarsi con la malattia; lei vuole essere la malattia.
Quindi più ci si sente dire «sei anoressica », più lo si sarà e meno si penserà che queste sono malattie che ti vengono. Non sono esperta medica di DCA, ma ho letto molti articoli e ho avuto a che fare con molti medici. Per esempio ho letto in un articolo che anche il cervello dimagrisce col dimagrire del corpo: così cala la fiducia nel medico e ci si chiude sempre più in se stessi.
Oppure a riguardo della bulimia, so che è tutto un meccanismo provocato dalle ghiandole che producono serotonina: questa, nelle ragazze che hanno il DCA, è carente. E il cibo, in particolare i dolci, fanno aumentare il livello di serotonina, la quale provoca piacere e assuefazione. Ma la gente queste cose non le sa, perché di DCA non si parla, ce ne si vergogna.
Bisognerebbe venisse fatta più informazione. I DCA sono la maggior causa di morte per le ragazze. Non dobbiamo e non possiamo vergognarci di parlare di questa malattia! Sia perché dobbiamo convincerci tutti che non ce la siamo causata, ma siamo predisposte alla malattia (vedi serotonina e bulimia), sia perché non possiamo permettere che altre ragazze muoiano. Non possiamo più tacere.
Come si può guarire?
L’amore: sentirsi amati per imparare ad amarsi. Perché non ti ami, ti odi e per tanti motivi. Non ti senti amata, proprio perché non sei capace ad amare te stessa. Solo quando incontri qualcuno che sappia andare oltre la malattia, e vedere ciò che realmente sei aiutandoti a tirarlo fuori, allora puoi intraprendere il percorso di guarigione.
Prima invece il senso della tua vita è dettato solo più da numeri: bilancia, calorie, misure del tuo corpo, minuti di attività fisica, ore gettate via.
E il percorso di guarigione com’è?
Non è bello, né producente essere considerati solo un paziente-numero. Occorre sentirsi amati anche dai dottori, benché il loro non sia un affetto materno, alcuni riescono davvero a far sentire che sono lì per te, per il tuo bene e non perché “vogliono farti ingrassare”.La malattia coinvolge anche aspetti psichici e fisici, bisogna affidarsi ad un buon centro contro i DCA. Soprattutto bisogna fidarsi dei dottori e questi devono instaurare con la persona che ha un DCA un rapporto di umanità prima di tutto: persona che ha esperienza aiuta persona con problema.
Perché una ragazza con l’anoressia pensa che un dottore voglia solo far riprendere peso per farla guarire. Ma non si guarisce solo prendendo peso. Io penso che si possa essere anoressici anche a 70 chili. Non è il peso che conta: il cibo è la punta di un iceberg. La magrezza è solo la maschera dietro cui si nasconde un profondo disagio esistenziale e psicologico.
Se incontrassi una ragazza con un DCA come l’aiuteresti?
Le direi che non è sola, non è colpa sua quello che le accade, che lei ha una malattia, non è anoressica o bulimica; non deve identificarsi con la malattia. L’aiuterei a scrutarsi interiormente per capire le cause scatenanti e cercherei di convincerla con l’amore a farsi seguire da un buon centro.
Soprattutto diventerei sua amica. Come è successo con le amiche che ho: le mie amiche migliori sono quelle conosciute durante i ricoveri, quelle che hanno o stanno passando ciò che vivo io.

spero sia stato interessante per voi come lo è stato per me.. aspetto vostri commenti per un confronto!
Un abbraccio
Michi