martedì 25 marzo 2014

Si può parlare di colpe? La storia di Dolores e l'aiuto di Veggie


Buongiorno a tutti, sono Dolores, mamma di Laura, oggi  diciassettenne, malata di anoressia da quando ne aveva 13

Magari io e mio marito non abbiamo colpe per la malattia di nostra figlia, ma siamo certamente parte in causa.

Quando Laura aveva circa 8 anni, io mi sottoposi ad una dieta dimagrante; lo feci sotto stretta sorveglianza medica e fu anche un periodo allegro, ma contrassegnato comunque da una marcata attenzione per il cibo, che col tempo frena e inibisce la spontaneità che si dovrebbe avere con esso. Già: l’attenzione per il cibo, la scelta di cibi sani, verdura piuttosto che carne, no alle merendine, no a questo si a quello………

Nella nostra famiglia  ci sono stati diversi casi di cancro, e si mangiava cotoletta alla milanese, salame e patate fritte a volontà, così sulla nostra tavola sono comparsi il tofu, il seitan, la cotoletta di soya ecc….e slogan del tipo: mangiamo poco e vivremo a lungo!

Così facendo abbiamo caricato il cibo di una valenza positiva o negativa. Troppa educazione alimentare fa male.

Se a tutto questo poi uniamo una certa predisposizione per la malattia mentale……io ho sofferto di depressione, l’ ultima della quale postpartum, 17 anni fa, per la quale a tutt’oggi assumo degli psicofarmaci.

Vedete quindi che, se non di colpa vera e propria si può parlare, noi genitori di Laura abbiamo comunque le nostre responsabilità.

Risposta di Veggie


Cara Dolores,


grazie innanzitutto per la tua e-mail, e per aver voluto condividere con me la tua esperienza.


Io ritengo che ogni persona sia un caso a sé, e che dunque sia pertanto impossibile fare generalizzazioni. Data l’estrema variabilità sotto ogni punto di vista di ogni persona, la tematica assume carattere puramente soggettivo.


Io parto dall’ovvio presupposto che i disturbi alimentari siano patologie multifattoriali, ovvero ingenerate da miriadi di concause diverse tra loro, e differenti da persona a persona. Dunque, proprio perché i DCA sono patologie multifattoriali per antonomasia, è impossibile individuare una causa specifica su cui puntare il dito: le cause sono tantissime, e tra i vari fattori che agiscono ce ne sono senz’altro alcuni preponderati rispetto ad altri… che non devono però necessariamente ricercarsi nell’ambito familiare.


Per quanto anche la famiglia, in certe persone, possa rappresentare una delle millemila concause che portano allo sviluppo di un DCA, non ne è la causa principale né determinante, come molte cose che si trovano scritte, su Internet ed altrove, vorrebbero far credere. Anche perché il dire che lo sviluppo di un DCA filiale sia conseguenza dell’atteggiamento genitoriale, presupporrebbe che la figlia fosse una specie di spugna che assorbe quanto le viene detto e lo interiorizza in maniera acritica, e negherebbe la capacità della figlia stessa di possedere un cervello e dunque di ragionare su ciò che le viene detto, e di autodeterminarsi.


Non solo un DCA è così complesso che non si può fare un’attribuzione univoca di colpa/responsabilità, secondo me è proprio scorretto l’utilizzare parole come “colpa” e “responsabilità”, perché le trovo controproducenti e meramente fini a se stesse: chi si colpevolizza si fa domande all’infinito sul perché sia successa una determinata cosa, e su come avrebbe potuto comportarsi per evitarlo… ergo, gira e rigira sul passato, che è inalterabile per definizione in quanto passato. E perde così tempo prezioso che avrebbe potuto impiegare per capire cosa potrebbe fare da quel momento in poi per cercare di migliorare la situazione.


Per quello che può servire, nella mia famiglia siamo tutti fisiologicamente magri, nessuno ha mai seguito una dieta, e non c’è mai stata particolare attenzione all’alimentazione né particolare educazione alimentare. E, per inciso, nella mia famiglia non ci sono mai stati casi di malattia mentale. Ciò non ha impedito che io mi ammalassi ugualmente di anoressia. Vedi bene perciò che non c’è una correlazione di causalità diretta tra comportamento genitoriale nei confronti dell’alimentazione, e risposta filiale in termini di maturazione di un disturbo alimentare. Le ragione che mi hanno portata ad ammalarmi da anoressia sono state molteplici, e sono riuscita a concretizzarle – almeno in parte – dopo anni di psicoterapia, e non avevano niente a che vedere con la mia famiglia: avrebbero potuto comportarsi in qualsiasi modo nei confronti del cibo, ed io mi sarei ammalata lo stesso, perché la mia anoressia affondava le sue radici in tutt’altri tipi di problematiche.

Naturalmente non conosco tua figlia e non conosco la sua storia, quindi lungi da me il voler fare illazioni. Però mi sento di dire con ragionevole sicurezze che, ammesso e non concesso che voi genitori abbiate rappresentato una delle tantissime concause che hanno portato vostra figlia a sviluppare un DCA, certamente non siete affatto così centrali come temete di essere.


Non ci trovo niente di sbagliato nella vostra educazione alimentare: anzi, penso che sia segno di grande intelligenza e responsabilità il rendersi conto che la ricorrenza di certe patologie tumorali in famiglia potesse essere legata anche ad un’alimentazione scorretta, e il cercare di fare il possibile per nutrirsi correttamente ed in maniera quanto più sana possibile. Il che, certo, non scongiura in toto il rischio di ammalarsi di tumore (poiché per alcuni tipi di tumore esiste un fattore causale genetico riconosciuto), ma sicuramente giova all’organismo, e senz’altro abbassa il rischio. Lo slogan “mangiamo poco e vivremo a lungo” è senz’altro sbagliato, ma lo slogan “mangiamo SANO e vivremo a lungo” è verissimo, quindi rispetto in pieno la tua scelta di affiancare verdure ed alimenti di origine vegetale ad un’alimentazione carnea, che pure è necessaria, se seguita nella maniera adeguata, e senza eccedere.


So che tra l’avere la consapevolezza razionale delle cose e il sentire emotivo c’è spesso un grosso gap che è veramente difficile da colmare, ma credimi se ti dico che l’angosciarsi sui comportamenti pregressi è fine a se stesso e non giova in alcun modo né a te ne a tua figlia. Pensate soltanto a come cercare di combattere insieme da ora in poi: è l’unica cosa veramente utile che possiate fare.


A parte tutto… spero che tua figlia stia seguendo un percorso psicoterapeutico e di riabilitazione nutrizionale, e che possa stare sempre meglio.


Vi faccio un enorme “in bocca al lupo.

Spero che questo scambio di mail vi possa aver dato la possibilità di riflettere ulteriormente....
aspetto vostre opinioni
un abbraccio
Michi

mercoledì 12 marzo 2014

Si parla di colpe?!

Grazie Rosy per voler condividere con noi pensieri sempre così importanti e sentiti... un abbraccio




Nei disturbi alimentari non esistono colpe...tante, troppe volte tutto si fa risalire esclusivamente a madri opprimenti o troppo apprensive, a padri incapaci di prendere decisioni o posizioni, estremamente passivi, a genitori assenti, anaffettivi o proiettati in maniera preponderante sulle aspettative rivolte verso figlie/figli che tendono a volerle rispettare a tutti i costi oppure ad assorbire le loro angosce e le loro ansie forse per potergliele strappare e alleggerirli...e chi ne ha più ne metta..molte volte un invischiamemto di ruoli o di emozioni che si traducono in un 'sistema' confuso contribuisce all'esplosione del sintomo...CONTRIBUISCE appunto, proprio come tutti gli aspetti su menzionati...i fattori in gioco sono molteplici ; dinamiche relazionali si, che si esprimono in primis nel nucleo familiare, ma anche individuali. Tutto questo però non deve far cascare nel tranello delle COLPE...assolutissimamente controproducente. Assumersi le proprie responsabilità, riappropriarsi del proprio ruolo così come del proprio 'carico', un modo per venire a contatto ognuno con il proprio sé e trovare un moto di reazione.. 
E voi cosa ne Pensate ?
A presto
Michi

lunedì 17 febbraio 2014

5 RISPOSTE AI QUESITI PIU' FREQUENTI DELLE FAMIGLIE DA UN'ESPERIENZA VISSUTA

La nostra amica Veggie ha deciso di aiutarci a rispondere ad alcune delle domande più frequenti poste da famigliari e persone vicine a chi soffre... grazie e buona lettura!!!


Precisazioni da parte di Veggie:
A)Quanto scriverò è basato unicamente sulla mia opinione personale. Nessuna valenza scientifica, nessuna valenza professionale, unicamente la mia opinione – opinabile per antonomasia. Ergo, non prendere assolutamente per oro colato quanto scriverò, perché rispecchia solamente quelle che sono le mie personali idee in merito.

B)Ritengo che non esistano “ricette perfette”, e che il percorso di ricovero debba essere assolutamente individualizzato e personalizzato. Paradossalmente, se esistessero sapremmo perfettamente quale iter far seguire ad ogni qualsiasi persona malata di DCA, e saremmo sicuri che al termine di quell’iter la persona starebbe concretamente meglio sotto ogni punto di vista. Non è così, ovviamente, le panacee universali in questo campo penso non ci siano. Quindi, nel rispondere alle tue domande, farò riferimento alla mia esperienza personale, e tutt’al più a ciò che ho visto nelle persone intorno a me, ergo ciò che scriverò è autoreferenziale e perciò non è in alcun modo generalizzabile.


 
Domande e risposte:
 
1) Perchè il ricovero in struttura dedicata?


Penso che i vantaggi delle strutture dedicate (ammesso e non concesso che funzionino in maniera adeguata, ovviamente) siano molteplici. Innanzitutto, la persona ricoverata ha la possibilità di essere seguita quotidianamente e h24 dai diversi membri dell’equipe medica che lavora nella clinica: dietisti, psicologi, psichiatri, medici di medicina generale, il che consente un monitoraggio costante tanto delle condizioni somatiche quanto degli aspetti psicologici, poiché sono dell’idea che la psicoterapia e la riabilitazione nutrizionale, per avere spettanze di successo, debbano procedere di pari passo. Inoltre, una clinica mette a contatto persone che hanno le stesse problematiche e che, se motivate nel percorso che stanno facendo, possono supportarsi a vicenda in maniera tale da avvertire meno il senso di isolamento che spesso caratterizza chi ha un DCA nella sua vita quotidiana: può quindi nascere all’interno del gruppo una sorta di auto-aiuto che si affianca all’aiuto professionale. Un ricovero in clinica può essere inoltre anche un modo per staccare la persona malata da un contesto di quotidianità che in qualche modo favorisce la persistenza della malattia e il reiterare comportamenti sintomatici, ed introdurla in un nuovo ambiente dove durante la degenza vengono forniti strumenti che possano consentire alla persona stessa di adottare strategie di coping diverse da quelle proprie del DCA una volta che, terminato il ricovero, saranno reintrodotte nella propria quotidianità. Infine, la struttura dedicata consente un alto livello di specializzazione: tutti i professionisti che vi lavorano infatti sono altamente settorializzati e mirati al lavoro con persone affette da disturbi alimentari, per cui c’è sicuramente una qualità e un’accuratezza della cura migliore che altrove.


 
2) Quando il ricovero?


 - Non solo “quando”, c’è da chiedersi anche “se”. Il “se” e il “quanto” penso debbano essere valutati da uno specialista che conosce, perché l’ha seguita, la persona per la quale il ricovero viene eventualmente prospettato. Penso che se c’è consapevolezza di malattia e, a maggior ragione, voglia di combattere contro la malattia, il ricovero possa essere fortemente produttivo. Però ritengo che sia in grado di dare input positivi anche in chi è più indietro nel suo “percorso di ricovero”, fermo restando ovviamente che minore è la consapevolezza e soprattutto minore è la voglia di combattere, minore sarà la voglia e la capacità di utilizzare gli strumenti di lavoro su se stesse che vengono messi a disposizione da una struttura. Per il resto, credo che la valutazione debba essere assolutamente individualizzata e molto scrupolosa, perché essendo tutte persone diverse, reagiamo in maniera differente anche a fronte del medesimo stimolo: per cui sta allo specialista la capacità di comprendere se la persona che ha di fronte potrebbe reagire positivamente al ricovero in una struttura specializzata e fruirne, oppure se il rimedio sarebbe peggiore del male innescando nella paziente un rifiuto e quindi un arroccamento ancora maggiore sulle posizioni del DCA. Qui sta all’abilità dello specialista valutare, ovviamente anche e soprattutto ascoltando quelle che sono le volontà a tal riguardo della paziente stessa, e agendo di conseguenza… Ricordando che, anche una stessa paziente, può essere non pronta ad un ricovero in una clinica specializzata in un certo momento della sua vita, mentre può tranquillamente esserlo successivamente.


 
3)  Come può essere evitato se una consapevolezza dell'aiuto manca nella prima parte della malattia?


 - A mio avviso, l’unico modo per evitare il ricovero in una clinica specializzata nella prima parte della malattia, è quello di fare in modo che la persona malata sia comunque seguita ambulatorialmente, sia sul piano alimentare che psicologico, con costanza. Penso che i ricoveri coatti (e parlo per esperienza personale) siano molto fini a se stessi… Meglio allora, se la paziente non ha consapevolezza di malattia, iniziare un più soft approccio ambulatoriale, che faccia sentire la persona meno sotto pressione, e che magari può essere convertito in un ricovero franco solo successivamente, quando c’è più collaboratività.


 
4) Dopo quanto tempo può essere giudicato insufficente l'approccio non residenziale?


 - Anche questo ritengo sia variabile da persona a persona. Ci sono persone che ce la fanno tranquillamente (o, addirittura, meglio) con un approccio non residenziale, altresì ci sono persone per le quali il ricovero rappresenta la miglior strada da percorrere. Molto conta cosa ne pensa la paziente, cosa sente di aver bisogno, quale vede essere la strada più adatta per sé. Generalizzando (per quanto io detesti le generalizzazioni…) direi che un buon criterio per decidere di proporre alla paziente di passare da un regime ambulatoriale a un regime di ricovero sia rappresentato dalla mancata regressione o dall’aggravamento dei sintomi presentati dalla paziente al momento dell’inizio della terapia ambulatoriale. Con tempi variabili sulla base delle condizioni psicofisiche della paziente stessa. E fermo restando, ovviamente, la libertà di scelta della persona malata.


 
5) Fermo restando l''unicità di ogni storia,si può parlare di percorso della malattia sia in entrata che in uscita?


- Il “percorso in entrata” della malattia, per quella che è stata l’esperienza mia e delle persone con cui ho conosciuto e parlato sia durante i miei ricovero, sia tramite blog, è veramente diversissimo da persona a persona, quindi oggettivamente non direi che si possa parlare di “percorso in entrata”. Più analogie, invece, le posso vedere nel “percorso in uscita”: fermo restando anche qui le differenze interindividuali, sicuramente ampissime, una cosa che ho notato e che ci accomuna abbastanza tutte è che l’uscita da un DCA necessita il trovare cose che riempiano la vita e che siano altro dal DCA stesso. In parole povere: occorre cercare di dare più importanza ad altre cose, quali che siano, e cercare poco a poco di costruirsi una vita autonoma al di là dell'anoressia, poiché nel momento in cui si arriva ad avere una vita che compendia numerosi interessi “sani” e positivi, ci si rende conto che l’anoressia non ci serve più poi così tanto. Non penso che questa sia l’uscita tout-court dall’anoressia. Anzi, credo che pur trovando interessi che non hanno niente a che vedere col DCA, si abbiano comunque ricadute più o meno pesanti (per lo meno, questa è stata la mia esperienza). Trovare cose da fare che derogano completamente dall’anoressia non è la bacchetta magica della guarigione né la panacea, ma penso che possano aiutare ad allontanare la testa da certi pensieri ossessivi, nonché a scoprire un angolo di mondo che ci offre opportunità positive che ci possano far sentire che allora vale veramente la pena il cercare di distaccarsi quanto più possibile dal DCA per poterci dedicare ad altro. Trovare un qualcosa che ci faccia sentire che, ributtandoci del tutto nell’anoressia, avremmo qualcosa da perdere. Trovare qualcosa che ci stia veramente a cuore. Perché questo può fare una significativa differenza.


 
Aspettiamo ulteriori domande, opinioni e consigli...
grazie
a presto
Michi

Quando una famiglia se ne accorge...

SONO ANCORA QUI

1mo classificato

Sono ancora qui. In questa stanza. Il silenzio è assordante, il cuore mi batte così forte che sembra sul punto di scoppiare, le mani tremano, ho gli occhi pieni di lacrime, l’affanno. Non respiro. Sto per morire, lo sento. Ci siamo, ecco adesso mi verrà un infarto e mi ritroveranno qui, riversa sul water, il vomito dappertutto. Che schifo.
Perché? Perché ogni volta giuro a me stessa che è l’ultima e poi mi ritrovo sempre qui? E’ come se fossi un automa, compio il mio rituale come in trance, e quando mi risveglio sono qui, in bagno.
E mi guardo le mani, queste mani che, mi hanno detto, sono così belle, con le dita lunghe e affusolate. Mani da pianista, dicevano, e io per un po’ il piano l’ho suonato davvero. Poi ho smesso e la musica è cambiata. Ora la mia mano destra ha una piaga, alla base dell’indice, dove i denti battono e la feriscono ogni volta. Ogni santa volta che vomito. Devo coprire la ferita, o la vedranno. E capiranno. Nessuno deve sapere, nessuno deve vedere questa vergogna.
Un po’ di correttore può bastare.
Meglio che ora rimanga un attimo qui seduta per terra, per fortuna sono sola in casa. Devo calmarmi, ho delle fitte tremende al costato.
Sei una sfigata. Non sei nemmeno capace di diventare una vera anoressica, con questa storia del vomito lo stomaco qualcosa assimila. E così tu non riuscirai mai a scendere sotto i 44 chili. Ma brava.
Non credevi che sarebbe stato così quando hai iniziato vero? E sì che lo volevi. Lo volevi davvero, lo hai anche scritto nel tuo diario, non è certo iniziata come un gioco per te. Era una cosa seria.
Basta così. È inutile ripensare al passato, ora lasciami in pace. Non importa se non scendo sotto i 44 chili, mica voglio diventare come quegli scheletri che ho visto al centro per i disturbi alimentari. Che schifo, non voglio diventare così, facevano impressione. La gente per strada si girava a guardarli con certi occhi…..per non parlare del fatto che in quello stato non attiri certo i ragazzi.
Ma il problema è un altro, lo sai. Lo sai che non riesci a smettere di vomitare. Perché ne hai bisogno, per sentirti viva. Per uscire anche per un attimo dall’apatia in cui ti stai trascinando da mesi ormai. Mesi? Anni. Ti svegli, vai a scuola, studi, vai a letto, studi, vai a scuola, ti svegli, vai a letto. E intanto dentro di te stai urlando, ma nessuno ti sente.
Che bella giornata che c’è fuori. Quante volte sono stata a questa finestra a guardare il cielo? e a chiedermi chissà nel mondo quante persone in questo preciso momento stanno nascendo, stanno morendo, stanno costruendo la loro vita, stanno soffrendo, stanno festeggiando, insomma stanno vivendo? E io invece sono qui, prigioniera di questa cosa, a cui non riesco a dare nemmeno un nome, anche se un nome ce l’ha. E intanto il tempo mi sta scivolando via dalle dita, come acqua, senza che io riesca fare qualcosa per fermarlo.
Ma sentila. Non fare la vittima. Che ne sai tu della vita degli altri? Credi che la tua sia più miserabile? In realtà tu sei messa meglio, ma di cosa ti lamenti. Hai tutto, hai una bella casa, una bella famiglia, puoi fare quello che vuoi. Qualunque cosa tu chieda a tuo padre la ottieni, ma cosa vuoi di più? Guardati. Guarda come sei magra ora, come sei bella. Puoi avere tutti i ragazzi che vuoi adesso. Nessuno ti prende più in giro. Nessuno ti può ferire. Sei troppo forte.
La mia paura è che ora che so come si fa non me ne libererò mai più. E’ come imparare ad andare in bicicletta. Anche se non ci vai per anni, una volta imparato non ti scordi come si fa. E lo stesso vale per il vomito. Una volta imparato a procurarmelo, non me lo dimenticherò più. E in qualunque momento ricominciare sarà un gioco da ragazzi.
Ho paura. Ho paura, temo di procurare al mio fisico danni irreversibili, ce li hanno spiegati al centro.
Già ho questa ghiandola salivare che ogni tanto si gonfia come una pallina e mi fa sembrare un criceto. E si vede, non riesco a coprirla con i capelli. I bruciori di stomaco poi non si contano più.
E se mi si rompe l’esofago? Devo smettere, voglio smettere, non so come fare ma ci devo riuscire.
E poi? E poi come fai? Ora tu sei meravigliosamente forte, puoi mangiare quello che ti pare senza ingrassare, tutte le altre ti invidiano per come sei bella magra, per come ti stanno i vestiti. Lo sai che non puoi tornare indietro. Non puoi più tornare ad essere quella che eri prima, quella ragazzotta grassa con i brufoli e gli occhiali che tutti prendevano in giro. Quel cesso. Piuttosto la morte. Trova un’altra soluzione bella mia, o rassegnati al fatto che per tutta la tua cazzo di vita dovrai stare a dieta.
Già. E’ vero. Se smetto poi cosa faccio? Cosa mi resta dopo?
Niente ti resta. Perciò stai tranquilla e serena, anche il medico ha detto che hai un fisico forte. Basta che tieni sotto controllo il vomito. Non devi vomitare più di una volta al giorno. Anche perché altrimenti dopo sei distrutta, è faticoso. Quelle là al centro vomitavano 10, 20 volte al giorno, grazie tante che dopo avevano lo smalto dei denti corroso, perdevano i capelli a ciocche e avevano avuto un infarto. E ti credo. Ma tu non sei certo così, sei messa molto meglio.
Ma che vita è questa? Non sono libera nemmeno di prendermi un gelato, di andare a mangiare una pizza, niente. Non riesco nemmeno ad allontanarmi da casa per qualche giorno per paura di non riuscire a vomitare. E’ che quando mi prende quella cosa, quell’ansia incontrollabile che parte da qui, da qui dove ora ho le fitte, io non sono più io. Non avrei mai pensato di arrivare a tanto. Non credevo di essere così brava a mentire, a nascondere. Ora lo so come si sentono i tossici, gli alcolisti. E lo so che Dio mi punirà per il male che sto facendo a me stessa e alla mia famiglia.
Non ce la faccio più, io faccio le cose, ma ho la morte dentro, non sorrido più, non piango più, non sento niente. E sono io che invidio le mie compagne, che scherzano, mangiano, si innamorano, vivono questi anni come è giusto che siano vissuti, con spensieratezza e leggerezza.
Perché io non posso essere così?
Perché tu non sei mai stata leggera. Né dentro né fuori, mai. Ti ricordi? Ti sei sempre sentita un pesce fuor d’acqua ovunque, a scuola, a catechismo, all’oratorio. Da che hai dei ricordi ti sei sempre sentita a disagio, diversa dagli altri, sbagliata. Come una nota stonata. Non hai colpe, semplicemente è andata così. Hai sempre saputo che prima o poi da qualche parte sarebbe uscito questo malessere che ti portavi dentro, e che cresceva piano ma costante, ogni giorno, come un tarlo che rode e rode.
Certo, ora non ti senti meglio. Ma almeno sei magra, non era questo che volevi?
E ora finiscila, tra poco torneranno. Sciacquati la faccia, svelta, lavati denti e mani.
E torna a studiare, che domani abbiamo il compito di greco. Devi prendere almeno 8.


Annamaria Tomasini




L’NCONTRO CON ME STESSA

 2ndo classificato


ERA IL 2002 QUANDO INCONTRAI IL BUIO DELL’ANIMA, CHE DEFINISCO ANCHE IL CANCRO DELL’ANIMA,   LA DEPRESSIONE.  INCOMINCIAI A MANGIARE A TUTTE LE ORE, GIORNO E NOTTE. PER FORTUNA ERO RIUSCITA A TROVARE UN MONOLOCALE TUTTO PER ME; E QUI POTEVO SOFFRIRE IN SOLITUDINE E MANGIARE TUTTO QUELLO CHE MI CAPITAVA, FINO AD ARRIVARE A PESARE 65 KG E SONO ALTA 150 CM. CIRCA LA META’ DELLO STIPENDIO LO SPENDEVO IN AFFITTO E UTENZE IL RESTO IN MANGIARE.  LA MIA VITA ERA: LAVORO CASA E SPESA. IN POCHI GIORNI DIVORAVO IL FRIGO E LA DISPENSA, E DA BUONA SARDA CHE SONO, QUANDO ERO IN FASE SPESA, MI CARICAVO COME UN MULO - HO ANCHE LA TESTA DURA COME UN MULO SARDO!!! POI, SEGUIRONO PERIODI DI STANCHEZZA ESTREMA E IN QUEL PERIODO INCOMINCIAI A MANGIARE POCO. SEMPRE MENO FINO A QUASI NIENTE. DA UN ESTREMO AD UN ALTRO.
MI PUGNALAVO DA SOLA VOLEVO MORIRE DA SOLA E SONO ARRIVATA A PESARE CIRCA 38 KG!! UNA BELLA DIFFERENZA DA 65 A 38KG. COME NUMERI POTREI GIOCARLI AL LOTTO. LA DEPRESSIONE IO L’HO INCONTRATA QUANDO MI HANNO LASCIATA A CASA DAL LAVORO. LA FABBRICA AVEVA POCHI OPERAI, ED IO ERO L’UNICA ASSUNTA A CONTRATTO A TERMINE; PERTANTO TANTI SALUTI E BACI E DOPO UN  ANNO E MEZZO STOP A CASA SENZA NESSUNO CHE MI FACEVA COMPAGNIA. DA ANNI NON AVEVO PIU’ CONTATTI CON LA MIA FAMIGLIA, PER META’ IN SARDEGNA E L’ALTRA META’  A TORINO. QUINDI IL LAVORO PER ME, ERA IMPORTANTE DAL LATO UMANO; LE MIE COLLEGHE E COLLEGHI AVEVANO UNA LORO FAMIGLIA IO ERO L’UNICA CHE VIVEVA DA SOLA SENZA COMPAGNO O AMICIZIE. COSI’ LA DEPRESSIONE SI E’ FATTA STRADA. INIZIAI A MANGIARE SEMPRE DI PIU’, POI DIGIUNAI FECI SCIOPERO; E  INFINE VARI TENTATIVI DI SUICIDIO.
POI UN GIORNO, UNA MIA CONOSCENTE MI FECE CONOSCERE LO YOGA, E COSI OLTRE ALLA PALESTRA INIZIAI ANCHE YOGA.
I LIBRI, PIU’ DI TUTTO SONO STATI UNA BUONA MEDICINA. PIANO PIANO INCOMINCIAI A STARE BENE E PARLANDO DEL MIO DISTURBO ALIMENTARE ALL’INSEGNANTE DI YOGA MI DISSE CHE ERA LA MIA ANIMA AD AVERE FAME DI AFFETTO. COMPENSAVO LA SOLITUDINE COL CIBO. PIU’ TENEVO IMPEGNATA LA BOCCA E LO STOMACO E, MENO PENSAVO.  ADESSO A DISTANZA DI ANNI POSSO CAPIRE MEGLIO CHE NON BISOGNA SOSTITUIRE  LA SOLITUDINE CON PALLIATIVI TIPO: IL MANGIARE O ALTRE FORME DI DIPENDENZA.
LA SOLITUDINE SE L’ACCETTIAMO NON CI FA PIU’ PAURA MA, CI AIUTA A CAPIRE MEGLIO CHI SIAMO. LA SOLITUDINE E LA SOFFERENZA CI RENDONO PIU’ FORTI CI FANNO GUARDARE MEGLIO CIO’ CHE CI CIRCONDA, CI FANNO VEDERE CON GLI OCCHI DELL’ANIMA IL MONDO PER QUELLO CHE E’. ACCETTANDO TUTTO DI NOI STESSI RINASCIAMO E SBOCCIAMO, COME UN BOCCIOLO DI ROSA NEL PRATO DELLA VITA.

MURA ROSANA





IL DIARIO

premio speciale

Una mattina come le altre, solito traffico, stessi rumori di clacson, mamme che portano i bambini a scuola e impiegati che vanno al lavoro.
Una giornata in più in cui ci si piega rassegnati alla banalità quotidiana, alimentati dall’inconscia speranza che accada quel qualcosa che ciascuno di noi si aspetta ogni giorno, emergendo dal sonno notturno.
Tutto pare uguale al solito, ma qualcosa di diverso sta accadendo al 4° piano del palazzo che fa angolo in Via Roma 14.
All'improvviso una donna sulla terrazza, dopo aver detto le sue ultime preghiere, con un rapido salto si butta di sotto. Solo un tonfo secco, che mette fine a una vita di sofferenza.
Attorno al cadavere si crea una folla di disperati e curiosi, pronta a emettere una propria sentenza morale sulle motivazioni di tale gesto e appena il corpo esanime viene portato via dalle autorità competenti, ognuno ritorna alla propria vita come se niente fosse accaduto.
La donna si chiamava Giulia Bertis ed era considerata la pazza del quartiere.
Sara era una bella ragazza mora, con le giuste proporzioni e probabilmente aveva preso dal padre, visto che le somiglianze con la madre su di lei erano assenti. Camminava a testa bassa, con gli occhi stanchi coperti da occhiali scuri e un grosso ombrello aperto su di lei, quasi a proteggerla dal resto del mondo anziché dalla fine pioggia invernale.
Da moltissimi anni non vedeva sua madre e adesso certamente non ne avrebbe più avuto occasione.
Da bambina aveva vissuto quasi sempre con i nonni e da adulta si era trasferita a Milano per lavoro, ma la verità era un'altra, aveva deciso di non stare più con sua madre, perchè stava lentamente impazzendo e avrebbe fatto uscire di testa anche lei se non si fosse allontanata. La stessa decisione l'aveva presa anche suo padre, trasferendosi all'estero, e il risultato fu che Giulia rimase sola e morì sola.
Al funerale della defunta c'erano poche persone, le amiche ormai si erano perse lungo il cammino della vita e anche il marito l'aveva dimenticata da tempo. Tra gli inquilini del palazzo quasi nessuno si era disturbato a prendere parte alle esequie, ad eccezione della portinaia, che provava pena per quella signora sempre triste e depressa.
Probabilmente non si meritava tutto questo, pensava Sara con rammarico, mentre la litania che il prete stava enunciando le pareva un lontano rumore di sottofondo.
Poco più tardi, dopo la predica nella piccola chiesa, il carro funebre filava tra boschi e prati che, spruzzati da chiazze disordinate di neve, mettevano in mostra ampie superfici di erba secca e fango scuro.
La sepoltura era stata rapida, quando terminò la portinaia si avvicinò a lei e, dopo averle fatto le condoglianze per la perdita subita, le consegnò le chiavi dell'appartamento di Giulia affinchè potesse andare a prenderne possesso.
Sara le prese con le lacrime agli occhi, stringendole quasi a farsi male: solo una casa da ripulire, ecco cosa le restava di sua madre.
La serratura era di ottone opaco e mentre Sara girava la chiave nella toppa aveva un certo timore di entrare in quella casa da cui si era distaccata molti anni prima. Le sembrava quasi di invadere la vita privata di sua madre, ma nello stesso tempo le si stringeva un nodo alla gola per la sofferenza che sicuramente le aveva causato abbandonandola.
All'interno c'era un forte odore di chiuso, ma tutto era come lei ricordava, nulla era stato spostato, persino nella sua cameretta gli oggetti erano disposti come lei li aveva lasciati.
C'era l'orsetto marrone con un occhio solo, la bambola di pezza che aveva ricevuto come regalo per il suo terzo compleanno e tutte le foto in cui sembravano ancora una famiglia felice.
Ci sarebbe stato tanto da mettere a posto, ma Sara si era presa qualche giorno di ferie dal lavoro per poter sbrigare tutte le pratiche burocratiche, quindi non aveva fretta e appena fatto tutto avrebbe subito messo la casa in vendita.
La camera da letto di Giulia era sicuramente la stanza più colma di ninnoli e cartacce, sembrava che lei ormai vivesse solo lì dentro, c'erano persino dei biscotti nel cassetto del comodino.
Mentre Sara sgomberava l'armadio con i pochi stracci di sua madre e li riponeva in un grosso sacco della spazzatura, un diario sgualcito, nascosto in una federa, attirò la sua attenzione. Lo prese in mano e lo aprì, era di Giulia e la scrittura era debole e incerta, proprio come la sua testa malata.
Si buttò sul letto sfatto e cominciò a leggerlo d'un fiato, non si trattava esattamente di un diario scritto regolarmente, come  rilevò subito dando una rapida scorsa alle pagine, ma di annotazioni, sfoghi, riflessioni buttati giù di tanto in tanto, nel corso degli anni.
05 Novembre 1974
Finalmente ce l'ho fatta, oggi è il giorno più bello della mia vita, la mia piccola alle 8,30 è venuta alla luce. E' stato faticoso, ma ne è valsa la pena. Sara era messa male e mi hanno fatto un cesareo, termine elegante per definire uno squarcio permanente sulla pancia, ma per me è una cicatrice bellissima, perché in ogni attimo, in ogni mio giorno, per tutta la vita sarà lì a ricordarmi il miracolo che ho compiuto.
Chi non ci passa non può capire, si prova una gioia immensa, neanche al mio matrimonio ero così felice. La piccola è bellissima, è sana e sta bene, quando è passato il carrello con i neonati pigolanti come uccellini spaventati, io l'ho riconosciuta subito, anche se da lontano tutti i bambini sembrano uguali.
Nel pomeriggio però ho iniziato a stare male e mi hanno imbottito di farmaci e tranquillanti, mi hanno tolto la bimba momentaneamente e mi hanno tenuto a riposo.
Mia madre è malata da qualche mese e non è potuta venire in ospedale mentre i miei suoceri sono impegnati col lavoro in campagna, quindi alla fine si è visto solo Paolo, ma a me poco importa, lo amo più di qualsiasi altra cosa al mondo e mi basta solo lui.
Saremo felici tutta la vita io, lui e Sara.
Sara alzò un attimo lo sguardo verso la finestra e le copiose lacrime trasformavano i maestosi alberi fuori dalla casa in flebili tubicini che danzavano al vento. Sua madre l'amava molto, l'aveva amata fino dalla sua nascita e lei non era stata capace di fare altro che abbandonarla alla prima difficoltà.
Cercò nel comodino un fazzoletto per soffiarsi il naso e ne trovò uno di cotone azzurro con le iniziali di suo padre ricamate sopra, per rancore verso di lui non lo voleva usare, ma poi cambiò idea perché non voleva perdere tempo a cercarne uno altrove.
Quindi si rimise a leggere avidamente quel diario.
12 Dicembre 1974
Ho iniziato a soffrire di depressione post partum, all'inizio non mi sembrava possibile, ma i segnali sono stati molto evidenti e non posso più nasconderlo. Piango per qualsiasi cosa, mi sento inadeguata, incapace di badare a Sara e meno brava delle altre mamme.
Mi pervade un senso di sconforto e impotenza durante tutta la giornata, quando le do da mangiare, quando la lavo o quando la cullo per farla dormire. Paolo aveva assunto una signora per darmi una mano in casa e con la piccola, ma a me infastidiva averla tra i piedi, perché il vederla mi ricordava in ogni momento quanto ero incapace io di fare la madre, quindi dopo una settimana l'ho mandata via. Sono in difficoltà ma voglio provare a farcela da sola, devo farlo per me e per Sara.
Mia suocera non faceva altro che criticarmi per come svolgevo ogni compito e anziché aiutarmi faceva aumentare la mia depressione, quindi non ho più voluto neanche lei in casa nostra, invece mia madre è sempre malata e anche questo non fa che accrescere le mie preoccupazioni.
L'altra sera però ho davvero esagerato, Sara si è messa a piangere nel cuore nella notte ed io ero stanca, perché era da una settimana che non facevo una dormita regolare, quindi mi sono alzata imprecando e l'ho strattonata nel suo lettino per farla stare zitta, ma non volevo farle male, volevo solo che smettesse. Sentendo le mie urla mischiate a quelle della piccola, anche Paolo si è alzato per venire a controllare e mi ha vista mentre scagliavo il biberon al muro e premevo la mano sulla bocca di Sara per non sentire più quel suono così acuto che riusciva ad emettere nonostante la piccolissima bocca.
Il suo sguardo in quel momento diceva tutto, tanto era l'amore per la bambina quanto l'odio per me e io mi sono sentita per l'ennesima volta un fallimento totale.
I giorni successivi non mi ha rivolto più la parola, fino a questa mattina in cui mi ha solo detto che non sarebbe rientrato per la cena.
Sara soffriva un po' nel rivivere attraverso quelle pagine il disagio provato da sua madre, anche perché si sentiva in parte la principale responsabile e cominciava a credere di averla giudicata troppo in fretta senza conoscere a sufficienza ciò che le era realmente capitato.
Diede una sbirciata all'orologio appeso nel corridoio, che si intravedeva dalla camera da letto, e vista l'ora decise di preparare qualcosa per cena. Non aveva molta fame, ma doveva pur sopravvivere, non aveva senso lasciarsi andare.
Aprì il frigorifero e c'era ben poco, ma si accontentò di due uova in padella ben abbrustolite.
L'aspetto nel piatto era invitante, i tuorli erano di un bel giallo intenso, e cominciò a giocarci con la forchetta, mentre con l'altra mano reggeva il diario e continuava a leggere.
21 Dicembre 1974
Tutto è già stato deciso dagli altri. La settimana scorsa è venuta mia suocera e ha portato via Sara dicendo che per un certo periodo l'avrebbe accudita lei e Paolo mi ha dato il numero di un bravo neurologo della città. Mi sento triste e sola, ormai mi credono tutti una povera pazza.
Per far felice mio marito ho fatto varie visite da quel neurologo, ma mi ha solo riempito di farmaci, che Paolo mi obbliga a prendere sperando che mi facciano guarire. Ma io non sono malata, ho solo bisogno di un po' di fiducia in me stessa.
Forse sono più debole di altre donne, non lo nego, ma non può essere considerato un crimine così grosso da togliermi mia figlia.
Dicono che sembro assente dalla realtà, che mi trascuro e che non sono in grado di prendermi cura di qualcun altro.
Da qualche giorno anche Paolo pare distante, è sempre preso dal suo lavoro, la sera spesso cena fuori e la notte dorme sul divano, per non svegliarmi mentre si infila nel letto, sostiene lui.
La mattina entra in camera e mi ascolta respirare, per vedere se sono ancora viva e oggi per la prima volta dopo diverse settimane mi ha di nuovo dato un bacio vero.
Mi sembrava di rinascere, sono queste le cose di cui ho bisogno. Mi sono sentita subito meglio e sono anche riuscita a trascinarmi in bagno a lavarmi e a preparare qualcosa per la cena.
Voglio continuare con questa energia, così forse mi ridaranno Sara.Le uova erano mangiate in parte e per la restante sbriciolate nel piatto da una forchetta irrequieta. Con un pezzo di pane un po' secco Sara si era messa a fare la scarpetta, mentre sul fuoco gorgogliava una moka di caffè nero che spandeva aroma arabico in tutta la casa.
Con la tazza fumante la ragazza passò dalla sedia della cucina al divano del salotto, sempre con il diario in mano.
25 Marzo 1975
Ormai sto molto meglio, ma di riavere la mia piccola non se ne parla proprio. Sembrano tutti sordi e muti davanti alle mie richieste. Ogni tanto mi fanno andare a trovarla, ma lei non mi sorride come fa con i nonni e la cosa mi addolora tantissimo.
Finirà col dimenticarsi di me e del mio viso e da grande mi considererà un'estranea. Hanno tutti paura che se mi dessero Sara finirei per precipitare di nuovo nel tunnel della depressione in cui ero già finita.
Con questa scusa passano i giorni e io non vedo mia figlia crescere, non le sarò vicina quando dirà la sua prima parola e non posso educarla come vorrei. Passo le mie giornate a fissare il vuoto o a sfogliare i vecchi album di foto, rivivo il giorno del mio matrimonio o quello in cui io e mio marito abbiamo comprato casa e ci amavamo alla follia pur senza avere niente. Ci bastavamo solo noi.
Adesso è diverso, ci sono nuovi problemi, più grossi delle nostre forze e non so se li supereremo.
13 Ottobre 1975
E' passato quasi un anno senza poter stare con la mia piccola e dopo mille insistenze finalmente Paolo ha convinto i suoi a ridarci Sara, l'unica condizione è che stia con noi una tata almeno otto ore al giorno. Quindi mi credono ancora pazza? Ma se questo è lo scotto che devo pagare per stare con mia figlia accetto e sigillo il patto col sangue.
Quando l'ho riabbracciata è stata un'emozione grandissima e non volevo più staccarmi da lei, neanche per farla dormire. Sono stati dei giorni bellissimi e spensierati e anche se a volte mi prendeva ancora lo sconforto ed un senso di impotenza cercavo di non farlo trasparire per paura che me la portassero di nuovo via.
Sono più tranquilla e ho cercato di riavvicinarmi a mio marito anche fisicamente, ma vedo che lui trova sempre un modo per staccarsi con qualche scusa e congedarmi con un timido bacio sulla fronte.Forse non mi vuole più come una volta, forse l'ho disgustato con le mie debolezze, con la mia fragilità psicologica, forse lui voleva costruire qualcosa insieme invece si è trovato da solo a tenere uniti i cocci di un vaso rotto.
Le cose sono andate a finire così e nessuno poteva saperlo prima, non mi resta che cercare di mettere una toppa sullo strappo e provare a ricostruire un rapporto ormai logoro, anche perchè Paolo è l'unica persona che io abbia mai amato veramente e senza di lui non ce la potrei fare.
05 Novembre 1976
Io e Sara stasera abbiamo festeggiato il suo secondo compleanno e Paolo non c'era, aveva una delle sue cene di lavoro, che ultimamente erano più frequenti di quelle a casa.
A turbare l'atmosfera è stata però una chiamata di un suo collega, quello con cui avrebbe dovuto essere a cena, che mi chiedeva di poter parlare un attimo a mio marito perchè il suo cellulare risultava sempre spento.
Al mio stupore sul fatto che non fossero insieme, il suo collega si è reso conto di aver fatto una gaffe, ha farfugliato qualcosa e prontamente ha riattaccato, ma ormai il danno era fatto.
Ho aspettato Paolo sveglia fino al suo rientro alle 2,05 di notte e solo guardandomi negli occhi lui ha capito che io sapevo ed ha provato a giustificarsi, ma non c'era niente da dire: io ero la povera malata di mente e lui un uomo con le sue esigenze.
30 Novembre 1976
Dopo aver saputo che Paolo aveva una relazione da qualche tempo con un'altra donna e che si stava allontanando da me, le cose sono cominciate ad andare male.
Sono tornati gli attacchi di panico alternati a fasi depressive e ho iniziato a diventare aggressiva, perché secondo il neurologo ero arrabbiata col mondo per quello che mi era capitato.
Aveva ragione. Non era così che immaginavo la mia vita.
Un fallimento come madre, come moglie e come figlia, non aveva senso la mia esistenza e ogni cosa intorno a me sembrava ripetermelo di continuo.
Quando guardo Sara mi sembra di scordare tutto il resto, ma appena resto un attimo sola sprofondo nel baratro della depressione.
14 Febbraio 1978
Questa mattina ho dato un bacio a Sara, le ho fatto una piccola carezza sulla testolina innocente e sono andata in bagno a tagliarmi le vene con una lametta, il sangue schiazzava caldo e abbondante e poco dopo ho perso i sensi. Più tardi mi sono trovata in un letto di ospedale con mia suocera in piedi che mi guardava furiosa e in braccio a lei la mia bimba che allungava le manine verso di me.
Non sono riuscita a trattenere le lacrime e solo in quel momento mi sono accorta di quanto gli altri avessero ragione a ritenermi pericolosa, perciò ho acconsentito a far stare la piccola di nuovo con i nonni.
Paolo è venuto in ospedale solo la sera e nei suoi occhi c'erano odio e rancore, questa volta mi ero spinta oltre e non mi avrebbe perdonato, sicuramente avrebbe preferito se io fossi riuscita a compiere la mia missione togliendomi di mezzo una volta per tutte.
Sara era molto stanca e con la debole luce del salotto faticava a leggere la fitta scrittura di sua madre, ma voleva finire il diario quindi si scaldò un altro poco di caffè per cercare di tenersi sveglia e, decisa a continuare la lettura, riaprì il diario nel punto in cui si era interrotta.
31 Marzo 1982
La mia vita è un lento declino verso l'oblio. Ormai sono anni che non vedo più mia figlia, so che sta bene ma non è la stessa cosa che averla con me. Chiedo di andarla a trovare, ma i nonni mi dicono che lei non mi vuole vedere perché io l'ho abbandonata e lei per questo mi odia.
Paolo, pochi mesi dopo il mio tentativo di suicidio, si è fatto trasferire all'estero per lavoro, lasciandomi completamente sola, proprio lui che per anni è stato il mio sostegno ha deciso di lasciarmi in balia di me stessa, ma d'altra parte non sono stata una buona moglie, quindi cosa mi sarei potuta aspettare? Ha fatto fin troppo e penso che nessun altro avrebbe potuto essere un miglior marito di lui, mi resta solo il rammarico che per colpa mia si è allontanato anche da sua figlia, forse ritenendola il motivo da cui sono scaturiti tutti i nostri problemi.
Spero che un giorno di riavvicinino, che vadano a vivere insieme, Sara ha bisogno di un padre dato che non ha mai avuto una madre.
Per quello che mi riguarda io li amo entrambi più di ogni altra cosa e fino alla fine dei miei giorni solo pensare che loro stanno bene sarà sufficiente a rendermi felice.
Poi più niente. Tanti fogli bianchi e macchiati a segnare la fine di una vita travagliata.
Sara richiuse il diario e cominciò a battere i pugni sui bracioli del divano, piangendo e accusando sé stessa di essere stata un'egoista. Sua madre l'amava più di ogni altra persona al mondo, anche quando lei l'aveva rinnegata. Ogni giorno era lei il suo pensiero fisso, lei e il padre, che oggi chissà dov'era finito.
Quanta solitudine doveva aver provato in tutti quegli anni in cui era lontana dal marito e dalla figlia e viveva come una reclusa in quella grande casa. Sara non aveva mai capito niente, nessuno le aveva mai raccontato gli stati d'animo di sua madre e, ironia della sorte, l'aveva relamente conosciuta più dopo la sua morte che durante la sua vita.
Si era fatto tardi e nonostante Sara volesse ancora stare sveglia a pensare, si dovette abbandonare ad un sonno profondo e sul suo viso sofferente, a ricordarle la difficile giornata trascorsa erano rimasti solo i segni verticali più chiari rispetto al colore ambrato del suo fondotinta lasciati dalle lacrime.
All'alba del mattino seguente, una tiepida luce filtrava dalle finestre della stanza e Sara aprì gli occhi a fatica, si guardò intorno e subito ricordò il motivo per cui era in quel posto.
Il diario le era scivolato dalle dita e giaceva immobile a terra.
Lo prese e lo mise in borsa, poi uscì e si avviò al cimitero. Una volta giunta davanti alla tomba di sua madre, si chinò e accarezzò il marmo bianco, tirò fuori il diario e lo collocò davanti alla foto di una giovane Giulia Bertis, che ancora sorrideva felice.
“Ecco mamma, questo è giusto che lo tenga tu. Io ho chiuso col passato e da domani voglio vivere con una consapevolezza nuova: la certezza che tu sei sempre stata con me e sempre lo sarai.”
Diede un ultimo bacio alla foto e con pesanti passi si allontanò.
Il vento era meno freddo del solito, la neve era quasi sciolta e intorno tutto sembrava più tranquillo, come se anche le forze della natura avessero trovato una loro pace interiore insieme alla madre di Sara.
Un profumo lontano di ginepro si diffondeva lentamente nell'aria e qualche passero cercava del cibo sulle strade umide.
Il tempo dei rimpianti era finito, ora rimaneva solo lo spazio dei ricordi.
Sara mise in moto la macchina parcheggiata fuori dal cimitero, fece un lungo respiro e con un'accelerata si separò da quel cordone ombelicale mai reciso, era finalmente libera dai rimorsi e dai sensi di colpa, pronta a ricominciare.
Solo così ogni cosa poteva avere un nuovo inizio.


Sonia Tortora

INOLTRE PUBBLICHIAMO QUI DI SEGUITO GLI ALTRI RACCONTI, TUTTI INTENSI E SIGNIFICATIVI, MESSAGGI PER L'ANIMA ...



CICATRICE

Non è facile raccontare di quella cicatrice nella mia vita; una profonda ferita rimarginata ma ancora visibile da quant’era profonda: non parlo di peso o ossessioni ma del pezzo di vita che l’anoressia ti toglie e niente ti può ridare.
Di quel periodo ricordo poco e niente, ricordo il freddo e le giornate vuote, ricordo paure su paure e inutili soddisfazioni.
La mia vita dipendeva da un ago da una bilancia, un maledetto ago mi ha illuso di trovare la felicità se solo avessi sacrificato me stessa.
Parlo ora che sto bene, sarà difficile che mi crediate o meglio vi fidiate delle mie parole, come io non facevo con chi, guarito raccontava a me di come era bello essere sani.
Io non volevo nel modo più assoluto guarire, non riuscivo a tener su la testa, facevo fatica a camminare, dormivo sempre, non ricordo quasi nulla e quel che ricordo è offuscato e poco nitido.
Vivevo sul divano e lo scopo era non mangiare.
Una volta arrivata qui cercavo di remare contro gli aiuti dei medici, perché mi vogliono far INGRASSARE? Pensavo, ora dico grazie per avermi fatto vivere.
Non c’è molto da dire di quel periodo durato quasi 2 anni: ricordo le ossa di ghiaccio, come le chiamavo io tanto era il freddo, il freddo della morte, vuoto, vuoto, ossessione di ingrassare.
Il tempo mi ossessionava: o ce n’era troppo o troppo poco, ma tanto lo riempivo solo di pensieri sul cibo.
Mi nutrivo del profumo del cibo, sapevo a memoria tutte le calorie e mi illudevo di essere felice, tanta era la desolazione di quella vita che ci credevo davvero. Mi sentivo forte, molto forte, ma a che mi serviva quella forza?ero forte solo nel non mangiare, per il resto  … il resto non esisteva.
E’ stato un percorso lungo e molto doloroso, c’è voluto tanto prima di trovare qualcosa che m’interessasse, prima di ricostruirmi una vita e le cose perse son perse.
Sarà difficile, vi sembrerà di uccidervi con le vostre mani tanto sarà contro i vostri progetti ma fidatevi, fidatevi dei medici e dello staff, di chi vi vuol bene e capirete che state lottando per riprendervi la vostra vita.
Siete voi che decidete del vostro futuro e se non è la morte che volete, ricordate che il danno che questa malattia vi lascerà sarà proporzionale alla sua durata perché non è come la febbre che una volta passata si riprende a vivere, è come una guerra, una volta finita bisogna ricostruire tutto.


Elena Aggius Vella


...IN COMA DI NON VITA...

In coma…in coma da cibo…sonno…stordimento…senza grande lucidità…scrivo…scrivo di te che mi riduci così…
Da 14 anni sei entrata nelle mie viscere, iniziata con qualche mese di anoressia…e poi boom! L’esplosione della bulimia…la malattia peggiore del mondo…per me…per me che conosco anche altre malattie sulla mia stessa pelle…da tutti definite peggiori…ma io no…non la vedo così…
Si perché tu mi hai tolto tutto…mi togli la vita…mi hai tolto le persone che amavo…e le persone che potevo amare…mi hai tolto il lavoro…mi hai tolto la famiglia…mi hai tolto l’esistenza…si io in questo mondo vegeto ma non so cosa voglia dire VIVERE…la mia vita te la sei succhiata tutta…si tu…BULIMIA…che hai preso tutte le cose positive che potessero esserci in me e per me…
Tu che mi hai tolto ogni goccia di vita…ogni lacrima di vita…lasciando solo posto a lacrime vere…a sofferenza…a distruzione dentro e fuori…
Tu che ogni volta mi assali…incontrollabile…in apparenza senza un perché…ma forse un perché…troppo profondo…c’è…troppo profondo per essere capito, per essere estrapolato anche dai migliori psicologi e psichiatri… impossibile capirti…impossibile interpretarti…è semplice voglia…voglia di autodistruzione, di farsi del male, di “violentare” il proprio io, di volersi male, di odiarsi al massimo livello, di punirsi…punirsi per esistere…ma non avere il coraggio di farla finita con un gesto estremo…perché per quello si…ci vorrebbe troppo coraggio…ma io sono solo una codarda…e non ho quel coraggio…
Una sola volta ho avuto un mezzo coraggio…per una mezza prova di farla finita…fallita…fallita alla grande…forse perché era soltanto il millesimo modo per gridare …urlare…e chiedere aiuto…farmi notare…dire “ci sono anch’io!”…se solo mi volete…se solo mi accettate…anche se sono la “pecora nera”…ma se potete dare un po’ di affetto anche a questo batuffolo nero…io sono qui…con il mio tentativo fallito di suicidio…fallito in partenza…
Urlo il mio bisogno di aiuto da ogni poro…ma nessuno mi sente e forse nessuno vuole sentire…perché ciò che è evidente viene rifiutato, ciò che spaventa allontana…e tutti alla fuga…tutti chiudono ogni senso a me e a chi come me soffre di te…perché sei cosa cattiva…incomprensibile…e le cose incomprensibili fanno paura…tanta paura…da essere rifiutate da almeno chi lo può fare…ossia chi non le vive sulla propria pelle…non certo io…io vorrei rifiutarti…ma tu mi ricordi costantemente la tua esistenza in me…in modo crudele…divorando ogni mio sentimento e sensazione positiva…trasformando tutto nella negatività più nera…lacerandomi…facendomi morire in ogni istante piano piano…ma mai fino alla fine…perché si è questo che io vorrei…MORIRE…ma tu sei talmente meschina che non lo permetti…non è questo che vuoi tu…tu vuoi la sofferenza eterna delle tue vittime…e ci riesci pure…molto bene…vuoi i miei complimenti? No da me non li avrai…perché ti odio…come odio me stessa che ti porta dentro di se…
Marzo 2014…che data è? …vi chiederete…è semplicemente la data di scadenza di una confezione di caramelle che ho qui…davanti a me…(rigorosamente senza zucchero)…ecco pure io ho una data di scadenza…ma purtroppo non la conosco…non sono un “prefabbricato” industriale con stampata la mia data di inizio e fine…non sulla pelle esterna almeno…ma sicuramente nell’anima si…dentro quell’anima piena di cicatrici e sanguinante in ogni istante…deturpata da questa non vita…da questa sofferenza che gli altri chiamano “vita” o addirittura “dono”…ma che io chiamo immensa sofferenza nel tentativo sfiancante di restare aggrappati a non so cosa…ma credimi se non sarai tu a capire te stessa…nessuno lo farà al posto tuo…ci proveranno ma falliranno e daranno la colpa a te…si perché ti diranno che se tu non ci metti la volontà loro non possono aiutarti…e allora? A chi rigirano ancora tutto? A te! Lasciandoti sola con la tua NON VOLONTA’!
Poi troverai chi ti imbottirà di farmaci…uh…ne esistono di tutti i tipi e svariati nomi…forse ti possono dare un po’ di stordimento…farti non pensare per qualche attimo…ma poi? Ma poi sei ancora tu con la tua realtà…dura…dura come lo è sempre stata…e non c’è farmaco che tenga…
E poi si ostinano a salvarti quando tu vuoi dire basta…basta! Basta a questa esistenza senza senso! No! Allora devono tenerti in vita…certo per lasciarti poi morire soffrendo ogni giorno…ogni istante…e allora si…faranno finta di non vedere…indosseranno i paraocchi per giustificare la loro indifferenza…e non avere sensi di colpa…e dire ogni volta “ma io non ti capisco” con quel viso ed espressioni tanto innocenti….che tu odi…e detesti con tutta te stessa…perché sai bene…che è solo la solita tanto comoda scusa…di fronte ad un qualcosa di incomprensibile come te…bulimia…
E ti chiedono pure: “ma perché? Perché? Tutti ti vogliono bene! E poi non pensi alla sofferenza che daresti a chi ti vuole bene?” Operbacco…io mi dico…sono io che devo pensare a loro! Io che non devo far soffrire…e chi se ne frega se io soffro ogni istante! Ma ovvio io mi posso e devo sacrificare! Sono nata per questo!...forse non hanno capito che io non aspiro alla santità…io vorrei solo…e non dovrei permettermi di dire “solo”…in quanto è il massimo che possa desiderare…un po’ di serenità…si…SERENITA’!!!
E non mi permetto di menzionare la felicità…perché so che quella è qualcosa che va oltre…io indegna di felicità…ma a quanto pare…pure della tanto agognata serenità!
Scrivo…scrivo senza capo ne coda…e forse …probabilmente tutto risulterà incomprensibile al prossimo…come incomprensibile sei e rimani tu…bulimia…non solo al prossimo ma pure a me che ti vivo…
Mi è pure successo di illudermi…illudermi si…di esserne uscita…forse…ma poi no…tu ripiombi in me…senza chiedermelo…senza chiedere permesso…perché tu sei spietata…ormai ho capito da tempo…che di te non mi potrò mai liberare…perché tu fai parte ormai delle mie viscere…ci saranno momenti migliori nei quali troverò la forza di tenerti nascosta o lontana…poi ci saranno i momenti bui in cui uscirai allo scoperto e mi distruggerai, usurandomi fisico cuore anima e cervello…e in quei momenti che poi non sono momenti…ma giorni, a volte settimane, a volte mesi…ecco allora io dirò “voglio morire”…ma ne tu e nessuno esaudirà il mio desiderio…solo io posso fare quel che voglio della mia vita…forse…
Quante opportunità perse per colpa tua…a quante cose, a quante esperienze ho detto NO perché tu ci sei…quanta vita ho perso…l’inutilità della mia vita la devo a te…
Forse…forse avrei potuto anche assaporare la felicità…se tu non fossi stata dentro di me…invece ho dovuto lasciare andare…lasciar correre via ogni cosa positiva…perché tu mi mangiavi l’anima…mi divoravi dentro e fuori…parlo al passato…ma tutto questo è anche il mio presente…
Vorrei tanto fosse tutto diverso…vorrei tornare indietro di tanti anni…e non incontrarti più…e quando tu eri lì…io cambiare rotta…e non prenderti con me…
E quante vite hai rovinato…quante?! Ti odio così tanto …come odio me stessa per averti! Averti lasciata entrare dentro di me…e non essere capace di scacciarti per sempre! Di ucciderti! …o…uccidermi!

ANONIMA


 
LUCE     


Per ben 6 lunghi anni ho buttato via la mia vita,annegando il mio dolore in un water,o sfidandolo con digiuni sempre più rigidi... Ho scelto questo lento suicidio,che giorno dopo giorno spegne entusiasmi e speranze.
Appassisco..... Tutto perde di significato... l'amore, lo studio, gli amici... L'imperativo è DIMAGRIRE!
Che soddisfazione salire su quella bilancia e accorgersi che un altro chilo non c'è più... Mi pervade una strana sensazione di onnipotenza,ho il mondo in mano...
Ma ecco...non ho fatto in tempo a congratularmi con me stessa per questo traguardo, che già torna quel senso d'inadeguatezza...Sono di nuovo in lotta. La tregua è finita. Ricomincia la tortura che ho scelto come compagna di vita.
Decido,pur essendo in pieno inverno,di vestirmi il più leggero possibile, perché come ho ben letto, il freddo fa consumare più calorie.,abolisco autobus e mezzi di trasporto( ..."camminare mi aiuterà prima a raggiungere il mio scopo!"), assumo sempre più lassativi, al punto che avverto delle fitte tali da perdere quasi i sensi.
Il colorito della mia pelle e' grigio, le mestruazioni, ultimo baluardo della mia femminilità, sono scomparse... arrivo a procurarmi un taglio sul braccio per far defluire il sangue... in fondo anch'esso pesa!!
Vomitare diventa sempre più difficile, devo raccogliere tutte le mie forze fisiche e mentali per portare avanti questo progetto di morte.
Utilizzo anche mestoli infilati in gola per agevolare l'induzione al vomito.
Dove sono finiti i miei sogni,i miei progetti!
Non ce la faccio più ,mi sento imbrigliata in un meccanismo infernale... la ragazza da sempre considerata da tutti bella,giudiziosa,brava a scuola... non esiste più..., al suo posto un fantoccio di ossa spigolose.
E poi un giorno LUI  !
In questo scandire di attimi sempre uguali,ecco improvviso il suo sorriso nella mia vita.
Due poveri diavoli, reduci da una guerra sempre in corso,che s'incontrano,si comprendono e provano ad amarsi.
Com'è difficile lasciarsi andare,credere di nuovo in qualcosa e soprattutto non avere più Paura!
Com'è difficile smettere d'indossare quella maschera... il vuoto e' sempre in agguato e temo di esserne fagocitata.
Eppure qualcosa, quasi impercettibilmente, comincia a cambiare.
Si fa spazio dentro di me una piccola scintilla... Certo, piccola e' piccola, ma in un'esistenza buia,quanta luce riesce ad emanare!!! Decido di accudirla e piano piano cresce, rischiarando le mie giornate.
Ora ripenso ad ogni cosa: il cammino e' ancora lungo,forse ci vorrà un'intera esistenza per metabolizzare tutto il male che mi sono inflitta, ma OGGI,con indosso il mio vestito bianco e il mio velo,mi guardo...ed ho la certezza di aver vinto la battaglia più dura: HO SCELTO L'AMORE; ...HO SCELTO LA VITA!!

 Aurora



SENZA TITOLO      

Esperienza autobiografica?!
 Non avevo mai pensato ad analizzare gli ultimi tre anni della mia vita sotto questo aspetto,eppure di un' "esperienza" si è trattato per cui vale forse la pena imprimerla con l'inchiostro su di un foglio con la speranza magari che vi rimanga e che nessun altro possa riviverla,meno che mai io.
Numerose sono le persone  che mi hanno sempre consigliato di scrivere per liberarmi,sfogarmi,ma non ho mai avuto questa capacità ,io per sfogarmi piango,urlo,fuggo;quando scrivo penso piuttosto che ciò che sto raccontando non è più un emozione improvvisa in me che sente la necessità di uscire attraverso la penna,bensì un'emozione che ho già elaborato,assimilato e che ora conosco e possiedo e proprio per questo decido che non mi occorre più,anzi mi danneggia; così con le parole che seguiranno voglio che questa mia esperienza mi abbandoni come se rimanesse imprigionata nel testo.
E' stato intenso e altalenante il mio rapporto con l'anoressia:la odiavo,ma non potevo fare a meno di lei.
Col senno di poi ho imparato tante cose riguardo questa belva feroce capace di rubarti anche l'anima,riguardo me;anche se ancora oggi se mi chiedeste le cause che fecero scaturire in me questa malattia non ve lo saprei dire, perché è così: non lo so!
O meglio,forse sono inspiegabili,forse sono inesistenti o forse sono troppe:il mio bisogno eccessivo di eccellere e primeggiare in ogni cosa che faccio ,il rapporto simbiotico che ho sempre avuto con mia madre e che al sorgere di questa malattia si è solo intensificato,la famiglia sregolata e instabile in cui sono cresciuta,la mia immensa e insaziabile passione per la moda,il mio amore per la danza e chi lo sa quante altre...
E' per questo che credo,andando forse contro ai sostanziali principi di un qualsiasi psicologo,che non sono le cause passate e trascorse da indagare,piuttosto sento di dover fare luce sul mio presente al fine di illuminare poi il mio futuro.
Ovvio che non devo,ne posso negare me stessa e ciò che sono stata a partire dalla bambina bella, semplice e serena che ero, alla ragazza inesauribilmente carica di vita che le  ha seguito e che è sfociata poi nella persona fragile, smarrita e spaventata che ero diventata,per riaffiorare nella giovane donna grata e speranzosa che sto cercando di essere oggi; e sono tutte queste "me" che getteranno le basi della "me futura".
Questa lunga e complessa espressione, simbolo della mia esistenza,comprende anche quella me più problematica ed enigmatica che voleva avere dentro il suo corpo quel vuoto assoluto e solitario che sentiva nell'anima, che sarebbe voluta vaporizzare come aria,non esistere,divenire un mucchietto di ossa fino a scomparire.
Anche se il vero esordio della mia anoressia non fu affatto quello,anzi,lo ricordo bene: era la fine della prima superiore avevo deciso di voler perdere qualche chilo in previsione dell'estate,i miei piani stavano andando a gonfie vele,come mi sentivo forte...stavo dimagrendo proprio come desideravo,un chilo in meno,un altro,un altro ancora. Ah! Quanto ero soddisfatta,mi sentivo il mondo in mano, ero diventata Dio; mi stavo trasformando in un mostro,ma mi sentivo perfetta,onnipotente ed era quello che contava:dimagrire e non prendere peso per nessun motivo al mondo,tutto il resto era ormai solo marginale.
Ripensandoci oggi ero come un bambino che si sta impegnando in un gioco,ma attorno a lui sta crollando il mondo, lui non ci fa caso,sta giocando! Ecco,quel bambino però crescendo si accorgerà che intorno a lui non c'è più niente.
Quel bambino ero io pochi mesi dopo,non avevo più nulla :insieme ai muscoli,alla carne,alla forza di sostenere il mio corpo eretto avevo anche perso la forza di vivere. La mia anima si era spenta,la stava seguendo il corpo e presto l'avrebbe raggiunta anche la mente.
E' talmente assurdo che io sola,esclusivamente con le mie forze fossi riuscita a nuocermi tanto,eppure lo avevo fatto,mi ero quasi ammazzata e di una morte lenta e castigatrice.
Inoltre avevo tenuto un atteggiamento talmente scorretto,con l'intento di eliminare me stessa non mi accorsi che stavo esaurendo e distruggendo anche le persone che non volevano lasciarmi andare,che mi tenevano con tutte le loro energie in questo mondo,come appesa ad un filo. Mai avrò infatti le parole o le azioni sufficienti per chiedere loro perdono.
Il problema è che colei che soffre di questo disturbo, ovvero l'anoressica  si trasforma  in una subdola creatura, ella circuisce e inganna chiunque si presenta a lei come un ostacolo,compresa se stessa medesima, ferisce le persone che tengono a lei,è egoista,meschina,ma peggio di tutto,ella è quasi completamente inconsapevole delle azioni che sta compiendo.
Sono queste le pillole di vita che ho saputo estrarre dalla mia inesperta esistenza di soli 17 anni. Spero con l'aumento di questi ultimi e delle vicissitudini che anche i miei insegnamenti potranno essere superiori, per il momento queste sono le parole di una ragazza smarritasi troppo presto e che solo adesso sta trovando la via per uscire da un incubo e iniziare a godere della vita che per quasi tre anni ha rifiutato.
 
ANONIMA


DOMANDE.......


Aprile. - Dalla finestra guardo il mare in tempesta, vento che scompiglia l'acqua,
prima onda e poi schiuma gemente che con inaspettata tranquillita' scivola sulla
spiaggia.
Sabbia piatta e liscia, quasi un corpo rilassato, dolcemente accarezzato, pronto a un
sereno sonno.
Non penso a niente, guardo ed ascolto.
I colori diventano sempre piu' sfumati , le immagini meno nitide. Non riesco piu' a
scorgere i particolari, a percepire le sottili differenze di questo paesaggio, di questa
vita e una sottile malinconia mi stringe le mani.
Dovro' pulire i vetri, dovro' parlarti.- Domani.
Poveri gerani scossi dal vento. Colorati e ottimisti, nonostante tutto.
Resistono cullandosi nell'aria o facendosi allegramente travolgere dalla passione in
frenetiche e disordinate danze.
Sembrano gioire di questa inaspettata vitalita'.
E' solo un attimo, un'illusione inevitabile.
Poi qualcuno cede rotolando sul pavimento, sfatto, punito per la sua facile leggerezza,
immeritata felicita'.
Ricordatelo anzi dimentica.
Devo chiederti di aiutarmi a spostare quei pesanti vasi che con il tempo hanno
macchiato il pavimento.
Macchie nere, oasi di piccoli insetti, invisibili roditori annidati tra le piastrelle e
nell'anima, acqua stagnante di qualche vecchio temporale.
Devo chiederti di aiutarmi.
Ascolto questo vento , lo stesso mio vento di bambina.
Le corse nei campi di grano, nuvole nere di un temporale in arrivo, spettatrici della
mia felicita'.
Ero io il vento e il temporale, io il fragore del tuono e l'odore dell'erba, io la foglia
che leggera danzava nell'aria.
Sei il mio tesoro e ti voglio tanto bene.
Aprile.- Guardo questo mare e tu non sei ancora arrivato.
Devo dirti che nei giorni scorsi ho comprato del rosmarino.
Ora e li' e finge l'immobilita'.
Resiste con le sue finte spine, legnoso ed indifferente.
Severo, incapace di commuoversi, di piegarsi e di chiedere.
Vorrei chiederti dove sei.
La cena si raffredda.
Questi vetri sempre piu' grigi, sono stanchi.
Le foglie sono dolenti sotto il peso di tutto questo mare in burrasca.
Sono tristi ed affaticate, sbiadite ed intontite da tutto questo rumore e da questo
diverso equilibrio.
La porta si apre.
Corro verso il sugo che bolle, riscaldo la pasta intiepidita.
Controllo la tavola apparecchiata.
Hai visto che bello e' il mare e che vento?
Speriamo che non faccia dei danni.
Domani raccogliero' i rami spezzati, raddrizzero' quel ciclamino che sembra aver
perso il gusto della vita, guardero' in giro per rimettere tutto al suo posto.
Non penso a niente, guardo e ascolto.
Guardo questo meraviglioso orizzonte ritornato quieto e vuoto, dove i colori non
muoiono mai e i gerani si addormentano come bambine profumate di rosmarino.
Ascolto il silenzio di quello che non ti ho chiesto e delle risposte che non mi hai dato.
Lo faro' quando ci sara' troppo vento e tu non mi potrai sentire.
Le domande e le risposte saranno solo onde del mare, salsedine sui vetri, lontane
spettatrici delle mia mai perduta, inspiegabile e non compresa felicita'.
 
Paola Garneri


 
La scelta di Cate        

“E’ una storia che, in silenzio, si ripete ogni giorno. E’ una storia che riguarda il destino e la speranza. Anche oggi, qualcuno sta ascoltando.” Brian Waiss

    Nei primi di giugno Caterina era pronta.
Era diventata una vittima esemplare. Una donna perfettamente sottomessa, ai dettami del tempo come a suo marito. Non si lamentava neppure più ed attendeva ogni nuovo giorno come una rivelazione, estranea al suo essere, pronta per obbedire ed eseguire. Piegata unicamente al volere altrui.
    Nei rari sprazzi di lucida volontà, ella realizzava ( non senza fatica, tornando e ritornando sopra il concetto) che quel suo continuo ricordare episodi legati all’infanzia era chiaramente una fuga verso l’unico periodo felice che lei avesse vissuto. Scappava da un presente  frustante che la rendeva molto infelice. Non faceva in tempo a fissare l’immagine di sé sorridente, quasi irriconoscibile ai suoi stessi desideri, che subito il quotidiano, incerto e greve, la richiamava imperioso alla realtà.
    Sarebbe andata avanti così all’infinito in questo altalenare per lei  massacrante se non si fosse decisa ad accettare il male minore. Ecco perché si sentiva assurdamente pronta alla totale rinuncia! Cosa d’altro poteva intervenire di magico, deus ex machina, a salvarla?
     Un libro. Anzi un libercolo di genere divulgativo-turistico di una quarantina di pagine appena, che riportava in copertina le fotografie di tre chiesette di montagna. Probabile fosse stato stampato per invogliare i pochi ardimentosi di quegli anni a prenotare una vacanza in Trentino Alto Adige
    Cate l’aveva trovato sul bancone dell’Azienda Autonoma per il Turismo della sua cittadina, dove si era recata per cercare la nuova locandina  del Salone dell’umorismo che, come ogni anno, si sarebbe tenuto nel mese di luglio: suo marito li collezionava tutti dalla prima edizione.
     Aveva attirato l’attenzione  della giovane l’azzurro del cielo e il verde brillante dei prati. Forse qualche turista delle dolomiti in vacanza sul mar ligure l’aveva lasciato nel desiderio di un reciproco scambio.
    Il destino bizzarro designò proprio Caterina a raccogliere l’invito…
    Quando fu a casa lesse con attenzione il frontespizio del libro: “ Guida Spirituale attraverso le Valli Ladine”.
    Sfogliò velocemente le pagine, senza soffermarsi, era già tardi e, pensando di aver frainteso lo spirito del libretto, lo accantonò in disparte sulla credenza della cucina e si affrettò a preparare cena. Se suo marito fosse tornato con un po’ di anticipo e l’avesse trovata indietro con i tempi di preparazione, si sarebbe subito infuriato e ne sarebbe seguito il solito terzo grado sul perché e sul come mai, sul cosa aveva fatto e sul dov’era stata…
     Erano mesi che Caterina era giunta a saturazione, le pareva che le uniche parole da scambiare con suo marito fossero solo ormai una lunghissima  sequela di giustificazioni, inutili per giunta, perché lei altro non aveva fatto che le solite noiosissime cose, sempre le stesse da anni, da quando si era sposata e aveva dovuto mettere da parte il suo spirito creativo.
    Eppure lei aveva creduto fortemente nel matrimonio ed ora si sentiva come una farfalla alla quale avevano tarpato le ali.
    Forse era stata la mancanza di figlioli che nonostante le cure a cui si era sottoposta non erano arrivati, o forse l’incompatibilità dei loro caratteri  … fatto sta che il suo matrimonio  era da considerarsi davvero in crisi!
        Quella sera stessa, prima di coricarsi, Cate fu attraversata dal pensiero delle amene chiesette che illustravano la copertina e pensò di portarsi il libro a letto, ma una richiesta di suo marito, di quelle dell’ultimo minuto, la distrassero e si ritrovò in camera senza avere più voglia di scendere in cucina.
    Tuttavia nelle prime ore del mattino fece un sogno bellissimo ed inconsueto.
   Si trovava all’interno di una chiesetta che per gli arredi e la bella architettura le infondeva un profondo senso di protezione.
    Le sembrava di conoscere il luogo e si sentiva a casa sua, al sicuro.
     Ad un tratto sentì un coro di voci in sordina, ma melodiose e soavi che la chiamavano per nome. Si trovò all’aperto come trasportata dal coro armonioso e, guardandosi attorno, il suo sguardo scoprì una distesa di croci di ferro di tutte le forme, dimensioni e foggia: greche, trifogliate, pomettate, gigliate, lisce, incise. Le voci provenivano da lì, da Filomena, Andra, Josefh, Andreas…!  La invocavano e tutto era avvolto da una luce bianca diffusa che loro stesse emanavano insieme ad un primordiale senso di pace.
    Caterina, infatti, benché circondata da pietre tombali, non provava alcuna angoscia, ma una sensazione di profondo benessere. Respirava  quella luce, la lasciava fluire attraverso il suo corpo allargando le braccia e girando su se stessa, finché non si ritrovò nuovamente all’interno della chiesa e un affresco sulla parete, neppure integro e in gran parte cancellato, richiamò la sua attenzione. Sapeva che si trattava di Santa Caterina di Alessandria d’Egitto, lo sapeva e basta. Gli si avvicinò e notò diffondersi dalla raffigurazione antica della Santa che portava il suo nome, un’aura bianca e luminosa, simile ad un flusso evanescente, come quello che aveva lasciato all’esterno.
    Talmente rapita dall’atmosfera che stava vivendo nel sogno, il suo subcosciente le trasmise la convinzione che le labbra, nel sonno, si atteggiassero ad un sorriso. Subito dopo ne ebbe triste conferma: come spesso succede a seguito del sentirsi osservati con insistenza, Caterina si riscosse dal sonno e aprì gli occhi.
    In piedi, a lato del letto, già con la giacca e pronto per uscire, la guardava fisso suo marito, scuro in volto ( espressione che peraltro gli era molto familiare) e immediatamente le si rivolse con voce aspra:
“Adesso cosa fai? Ti metti anche a ridere mentre dormi?
 Non vengo a pranzo, tu riordina tutto per bene, c’è un sacco di polvere ovunque e davanti al portone bisogna scoparci! Alzati, va, che è già tardi. Ciao.”
    Caterina non contraccambiò neppure il saluto, ma lui tanto non se ne accorse. Uomini siffatti considerano la propria moglie né più né meno come una  governante, pronta all’uso, che avesse un’anima era un dettaglio insignificante, soprattutto dopo anni di matrimonio.
    All’inizio non era così e Caterina ogni tanto si consolava con questo pensiero. Lui era un bel giovane aitante e promettente sportivo. Si erano conosciuti in spiaggia e una successiva gita in pedalò aveva suggellato l’inizio della loro storia. La giovane l’aveva attratto ( almeno così aveva detto lui ) per la sua fiammante chioma e i grandi occhi verdi. Caterina ne era rimasta lusingata, perché si rammaricava della sua bassa statura e del fisico troppo procace che la faceva vergognare nel mostrarsi in costume da bagno sulla spiaggia.  Però a lui le donne piacevano formose e di carnagione chiara, come tutte le rosse, e lei gliene fu da subito grata perché la faceva sentire desiderabile.
    Caterina si dilettava a dipingere e scrivere fiabe per bambini, una passione che aveva ereditato da una zia paterna e aveva in cuor suo desiderio un giorno di veder pubblicata, perché no, una sua raccolta di favole con le  illustrazioni alle quali, di suo pugno, si era dedicata. Aveva persino inventato un personaggio protagonista di tante avventure: Doralice Spazzaorti, una simpatica e vorace tartaruga di terra.
     In verità il suo fidanzato non aveva mai prestato troppo interesse per questa sua passione e forse ciò, già allora, doveva suonarle come un campanello d’allarme.
     Ora, invece, che le era ben chiaro come il marito giudicasse la sua creatività una perdita di tempo: da quando si era sposata aveva dedicato, in crescendo, sempre meno tempo alle sue fiabe e alle illustrazioni; si sentiva  frustrata ed infelice, trascurata e priva di considerazione  nella vita del suo uomo, così egoista.
     Il pensiero che la propria esistenza si dovesse limitare alla cura ossessiva della casa e alla prospettiva di pranzi e cene, l’infastidiva ogni giorno di più, lasciandola senza la prospettiva di un concreto riscatto.
     Però nel sogno quelle voci la chiamavano come se fosse stata attesa e desiderata … mai si era sentita così amata.
     Si alzò, ormai era sveglia e non c’era verso di riprendere il filo del sogno (come a volte può accadere), così scese in cucina e con curiosità prese a sfogliare il libretto del Trentino.
      Ebbe un tuffo al cuore quando aprì alla pagina in cui, sotto la dicitura  ‘una piccola perla’ era riportata la foto di una chiesetta montana, circondata da un minuscolo cimitero di croci di ferro, che lei aveva già visto…
     La didascalia proseguiva con : “ la vecchia chiesa parrocchiale di santa Caterina di Corvara in Val Badia”. Voltò pagina e lo scorcio di un affresco murario, in parte cancellato, raffigurava, dalle spalle in su la santa, con lunghi capelli rossi, una corona ed un’aureola bianca sullo sfondo scuro della parete dipinta. La ‘sua’ santa, vista, come tutto il resto, in sogno!
    Lesse: “Santa Caterina, oggi patrona degli studenti, dei filosofi e teologi e delle università. La sua festa si celebra il 25 novembre.”
    Aveva deciso: il 25 novembre lei sarebbe stata là, a tutti i costi, a Corvara!
    Aveva davanti a sé tre mesi buoni, e forse anche qualcosa di più , per organizzare la fuga.
   Il giorno stesso della ‘rivelazione’, Cate cominciò a pianificare le settimane che sarebbero seguite.
     Si alzava presto e sistemava tutto in casa, poi si recava un paio d’ore in biblioteca a ricercare tutti i testi a disposizione che trattassero dei sogni e della loro interpretazione.  Non tralasciava neppure i trattati di psicologia  con particolar riguardo ai misteri della mente.
     Per fortuna la biblioteca cittadina vantava fondatori illustri (inglesi per l’esattezza) ed era ricchissima di volumi, anche stranieri. Aveva fatto, in seguito, una visita all’unica agenzia di viaggi di Sanremo per recuperare materiale illustrativo sul Trentino.
     Assai prudente, aveva raccolto i capelli fulvi, che la facevano facilmente riconoscibile, in un foulard verde a pois, annodato dietro e di  gran moda, inforcando sul naso occhiali da sole.
     Quando lei si sarebbe dileguata nel nulla ( ormai era determinata a farlo) non voleva mettere a rischio la sua destinazione finale.
      Durante i pomeriggi, ritagliava un poco di tempo per scrivere all’indirizzo di chalets, garnis,  e masi, che si proponevano sui depliants come isole felici per un soggiorno tranquillo in Val Badia, alla ricerca di un posto di lavoro come cameriera per l’imminente stagione invernale.
       Nel giro di poche settimane ebbe risposta da due pensioni, una del villaggio di Badia, l’altra di San Cassiano. Si decise a confermare l’impegno di lavoro con il Maso della Posta di Badia, proprietaria la signora Irene e il figlio, che le offrivano una cameretta in mansarda e un compenso fisso di trentamila lire al mese per tutta la stagione invernale.
     Naturalmente Caterina era molto accorta nell’ occultare le prove dei suoi salvifici piani: si dimostrava remissiva e condiscendente come sempre con il marito, anche se nel suo animo scalpitava un entusiasmo nuovo che non avrebbe tardato a manifestarsi.
     Si era lasciata alle spalle tutta l’afflizione che le era derivata da una totale mancanza di energia che l’aveva anche privata del calore nei rapporti con gli altri. La qual cosa non era nella sua natura.
     Le letture di quei giorni avevano maturato in lei la convinzione che il suo sogno fosse un palese richiamo del destino in altro luogo, dove forse lei aveva già vissuto in una vita precedente al di fuori del tempo fisico. Lì l’aspettavano, lì aveva qualcosa di buono da portare a compimento.
     Aveva risparmiato sul settimanale che le lasciava suo marito fino all’ultima lira per potersi gestire le spese più vive e comprare il biglietto del treno fino a Genova; anche in questo caso aveva previsto un accurato depistaggio.
      A pochi giorni dalla data prevista per il suo allontanamento da casa, un fatto inatteso avrebbe tuttavia messo a rischio i suoi piani.
      Il marito si era presentato a cena, senza alcun preavviso, con un cucciolo di cocker spaniel che aveva acquistato da un collega di lavoro.
      Caterina si mostrò contentissima e a tutti gli effetti gli animali suscitavano in lei grande amore e tenerezza, però nel contempo le mancò quasi il respiro, nella consapevolezza che, se fosse restata anche solo pochi giorni a contatto con il cucciolo,  si sarebbe affezionata al punto da non riuscire più a separarsene, pregiudicando la sua fuga!
       Doveva anticipare all’indomani stesso.
Quella sera si fece doppia tazza di camomilla nella speranza di riposare e, una volta nel letto, mentre il marito si attardava in salotto a giocare col cane, cercò, come le veniva spontaneo, di regolarizzare il proprio respiro nella speranza di accogliere il sonno e i sogni ( sempre premonitori negli ultimi mesi!), prima di dover dividere il talamo con l’uomo che da tempo chiedeva solo e nulla dava in cambio.
       Si addormentò beata fissando la stampa di  Gustav Klimt, il suo artista preferito, che ritraeva un’intensa Signora con il ventaglio del 1917. Dormì tranquilla fino alle 7 della mattina…
      Cate aveva letto in un testo inglese ( che con grande pazienza aveva tradotto con l’ausilio di un piccolo dizionario) alcune righe molto interessanti circa i messaggi rilasciati dai sogni. Vista la sua esperienza, aveva fatto tesoro dei pensieri dell’autore, il quale spiegava come, nell’ipotesi di una vita dopo la morte, dal momento che la coscienza sopravvive dopo l’abbandono del corpo fisico, sia possibile provare esperienze mistiche sia nel sogno sia in altri stati di alterazione. Caterina si convinse che i suoi sogni fossero tutti messaggi per lei.
      Tirò fuori da sotto il letto un borsone di tela grezza, già pronto con i  pochi indumenti necessari, vi infilò una pesante maglia di lana e un berretto, la cartellina con i suoi racconti e relativi disegni, due panini con la frittata e due arance. Il bagaglio doveva apparire poco pieno e leggero a chi, eventualmente, l’avesse vista uscire da casa o l’avesse incontrata per strada. Nei giorni precedenti, non immaginando comunque una partenza così repentina, si era fatta già vedere in giro con il borsone in questione: prudente e previdente, l’aveva usato per portare alcuni capi di vestiario nella lavanderia in centro città… l’unico momento a rischio poteva essere il tragitto in filobus fino a Sanremo, da dove prevedeva di prendere il treno.
     Diede due coccole al cockerino che le saltellava intorno giocando con una pallina di gomma e gli riempì la ciotola con la zuppa  rimasta dalla sera prima.
      Si chiuse la porta alle spalle, senza voltarsi più indietro.
    Trascorse quarantotto ore dalla sua fuga, Caterina era riuscita ad arrivare in due tappe  da Genova a Verona, dormendo in treno. Si trattava adesso di trovare un servizio di corriere e, con un po’ di fortuna riguardo giorni e orari, di arrivare fino a Bolzano.
     Si sentì davvero un’eroina del nulla: la sorte la stava assistendo come una prescelta, la corriera settimanale partiva quel giorno e proprio venti  minuti dopo il suo arrivo sotto la pensilina dei trasporti interregionali!
      Caterina fu talmente assorbita dalla novità del viaggio da non sentire la stanchezza, nonostante i due giorni di viaggio. Si chiedeva cosa mai poteva essere successo nel frattempo a casa! Probabile che suo marito avesse fatto denuncia di scomparsa e  che i giornali locali si stessero occupando del caso; quando ci pensava ( e ciò accadeva spesso), si sentiva trasalire e il cuore le saliva in gola.
Deglutiva e cercava di concentrarsi sulla meta oppure ripercorreva le sue mosse fino alla partenza, verificando di non aver fatto passi falsi o di non aver lasciato tracce evidenti dei suoi progetti… proprio nulla emergeva e dunque tirava un lungo sospiro di sollievo e tornava a rilassarsi e a godersi il paesaggio. Non era mai stata in montagna, a dire il vero non si era mai mossa dalla Liguria. Cate aveva perso entrambi i genitori  quando aveva nove anni ed era rimasta ospite delle Suore della Carità, nell’istituto sito nella vecchia Bordighera, dove le religiose  ospitavano orfani di guerra come lei, fino ai diciannove anni. Lavorava come domestica presso la famiglia di un notaio quando aveva conosciuto suo marito.
       A Bolzano, giunta a sera inoltrata, trovò una stanza per dormire, presso una famiglia che le era stata raccomandata dall’autista dell’autobus  e, anche se non previsto, le venne offerto un piatto di fumante zuppa con canederli , che  gradì molto e servì a conciliarle il sonno.
        L’indomani era una bella giornata di sole, ma le temperature, di mattino presto, molto rigide. Intorno alle dieci, Cate si fece trovare, alla stazione delle corriere locali per intraprendere l’ultima tratta del viaggio: Bolzano- Badia.
        Trovò un posto vicino al finestrino e il paesaggio che cominciò a scorrere davanti al suo sguardo attento fu una delle visioni più incantevoli che ricordava di aver visto, almeno sui libri di scuola. Man mano che la vecchia corriera s’ inerpicava lungo la strada sterrata che l’avrebbe portata ai 1600 metri di altitudine, cominciò, progressivo, l’innevamento.
     Graziosi villaggi adagiati intorno alla caratteristica chiesetta con il campanile a cuspide, svettante verso il cielo, i fienili traboccanti di fieno e le crocifissioni lignee con le pannocchie votive al Cristo, furono per lei un’autentica rivelazione. Nel suo animo si diffuse una calda sensazione di pace e Caterina si dispose nel migliore dei modi nell’attesa dell’arrivo alla sua nuova vita e ogni senso di colpa fu accantonato per sempre.
      Ala, Avio, Affi, Chienes, San Lorenzo, luoghi incantati, nei quali avrebbe volentieri ambientato una fiaba con la tartaruga Doralice.  Le sembrò, all’improvviso, di aver ritrovato l’ispirazione e cominciò a configurarsi in mente la situazione iniziale di un racconto alla vigilia della prima nevicata… poi si ritrovò a recitare a memoria l’ultimo verso del Paradiso dantesco “ l’amor che move il sole e l’altre stelle” e con questa reminiscenza scolastica, arrivò alla sua  fermata.
            Scese con passo deciso dal rumoroso mezzo pubblico, stringendosi al collo il bavero della pesante giacca, che si rese subito conto essere insufficiente a garantire una buona copertura all’aria pungente del calar del sole. Un brivido percorse il suo corpo dalla testa ai piedi: doveva cercare quanto prima un alloggio per la notte, se non voleva finire ammalata dal primo giorno. Certamente la sua partenza improvvisa non le aveva permesso di avvertire la signora Irene del suo arrivo anticipato e non le andava di comparire così all’improvviso; poteva prima guardarsi un po’ intorno per ambientarsi, comprarsi qualche indumento più adeguato di vestiario e, soprattutto, recarsi alla Chiesa di Santa Caterina di Corvara!
    La sorte continuava ad esserle propizia: davanti a lei una piccola vetrina illuminata con tanti dolci e biscotti da far venire l’acquolina in bocca… andava giusto bene, il cambio d’aria e di altitudine le avevano fatto venire una certa fame.
    Entrò immediatamente confortata dall’aria calda e profumata di cioccolato; qualcuno doveva essere nel retro bottega dal rumore di vettovaglie che ne arrivava.
    Cate sbirciò la vetrina e, tra i vari nomi sui cartellini che contrassegnavano l’assortimento di dolci nei vassoi ( per lei tutti nuovi), la sua scelta cadde su un’invitante fetta di torta Kasesahne, anche se avrebbe volentieri assaggiato la foresta nera o la Sacher…
     Una paciosa signora dallo sguardo indulgente e il viso rubicondo uscì dal retro salutandola con cordialità.
    Caterina, rinfrancata dal caloroso benvenuto, d’istinto e ancor prima del dolce, le chiese indicazione per un pernottamento provvisorio. La pasticciera girò oltre il bancone e affacciatasi alla porta del negozio, le indicò un centinaio di metri avanti, sempre dritto sulla via principale,  l’insegna di legno colorato di un garni, piccolo ma accogliente, che sicuramente avrebbe avuto una camera a disposizione. Che fosse pulitissimo e per nulla caro, Caterina se ne accorse una volta entrata.
     Il freddo della sera che le aveva fatto lacrimare gli occhi e arrossare il naso era solo un ricordo, dopo che riuscì a sistemarsi le sue poche cose in una graziosa camera in stile tirolese in legno chiaro e arredi  in fantasia  rosso acceso.
    Seduta sul letto con lo sguardo rivolto alla finestra, avvolta dal caldo che permeava il piccolo ambiente, consumò con avidità il suo pasto, assaporandolo con il gusto e l’olfatto fino all’ultima briciola; si sentiva davvero a casa!
     Ora voleva solo riposare.
    Si svegliò tardi e fuori nevicava. Era la prima decade di novembre e il peggioramento repentino, in alta montagna, non la stupì più di tanto, anche se il giorno prima il sole l’aveva accompagnata per tutto il viaggio.
     Era necessario procurarsi almeno due capi di abbigliamento invernale, pantaloni pesanti e una giacca imbottita.  Se voleva recarsi nel pomeriggio più su in valle, a Corvara, piccolo villaggio raccolto, come aveva letto, intorno alla chiesetta della ‘sua’ Santa, doveva avere un vestiario adeguato.
     D’altro canto al garni la stanza era assicurata per i prossimi tre giorni e lei, lì, si trovava benissimo.
     Dopo aver fatto i suoi acquisti in un negozio locale e aver mangiato in pensione, a prezzo veramente modico, un piatto di zuppa di farro e verdure, fece un giro per il paese e si recò fino al Maso della Posta, dove avrebbe dovuto prendere servizio  il giorno venti novembre.  Sostò davanti all’albergo e  fece un giro d’intorno, scrutando per quel che poteva, i movimenti all’interno, ma pensò fosse prematuro presentarsi, anche solo per i convenevoli di rito. Ne ebbe un’ottima impressione comunque: il luogo era pittoresco, circondato da prati spruzzati di neve e grandi vasi sui balconi di legno con gerani rossi, ancora in piena fioritura. Proprio di lì, sul balcone al terzo piano sotto la mansarda, una donna si sporse per prendere il primo vaso di fiori, probabilmente per riporlo in luogo più riparato.
      Per un attimo gli sguardi delle due donne s’incontrarono e Caterina provò all’istante una piacevole sensazione familiare che la pervase per tutto il corpo e per tutta la mente.
     Tornò sui suoi passi, a breve avrebbe avuto  la corriera per Corvara.
     Quando arrivò nel villaggio, nevicava ancora e i candidi fiocchi avevano creato una coltre di oltre venti centimetri. Caterina si stupiva di se stessa: non era abituata alla neve ( un po’come tutti i liguri) tuttavia la percepiva non come una meraviglia inconsueta, bensì come un aspetto a lei intimo e conosciuto. 
    I sogni, le letture e i pensieri da lei elaborati nell’ultimo periodo avevano di sicuro fatto appello alla memoria della sua anima con la voce di seduzioni subconscie e adesso, un progressivo richiamo verso luoghi e persone di un’ altra vita, le stava per aprire la porta ad esperienze nuove.
       Caterina sentiva che era il destino a richiedere la sua presenza lì.
       Non c’era bisogno di domandare la strada più breve per raggiungere la chiesa che si trovava in posizione sopraelevata rispetto alle poche case del paese: lei conosceva la via e si gustò a piccole dosi il tragitto in salita, guardandosi con attenzione intorno, osservando scorci di paesaggio e leggendo cartelli turistici che erano in gran numero a sottolineare la ripresa turistica del luogo come stazione di soggiorno invernale. Un grande manifesto pubblicizzava la nuovissima sciovia  di collegamento con Crep de Mont e ne prometteva  un’altra, di prossima apertura verso l’altopiano della Braia Fraida verso San Cassiano, i lavori erano a carico dell’officina della famiglia Kostner.
     Caterina si soffermò con piacere a osservare: sul versante est della montagna una seggiovia monoposto conduceva da Corvara a Col Alto, l’aveva già vista nel libretto che aspettava lei nell’ azienda di promozione turistica di Bordighera. Ricordava di aver anche letto che il conflitto mondiale aveva spazzato via tutti gli impianti di risalita costruiti a fine anni Trenta e che la prima seggiovia ripristinata in territorio italiano, pressoché tutta con il sudore della fronte e qualche pezzo ‘rubato’ a un carrarmato Tiger abbandonato in loco dall’esercito tedesco, era stata proprio quella di Corvara, nel 1947.  I lavori erano stati lunghi e complessi, ad essi si era prestata gente caparbia e indefessa che spesso si accontentava  di pochi litri di olio d’oliva, quale ricompensa per gli straordinari.
     Erano trascorsi quasi sette anni dalla chiusura del cantiere ed ora una   fanciulla ligure, che avrebbe potuto offrire a queste brave persone tutto l’olio genuino d’oliva che si voleva, si trovava a ripercorrere  i luoghi di tanto ingegno e di tanta fatica, sulla spinta di sensazioni occulte e talmente radicate in lei da farle consumare ben oltre 650 chilometri alla ricerca di  una nuova, ignota esistenza…
      Caterina si sentiva folgorata dalla sua impresa e trovava collegamenti continui tra il prima e il dopo, certa di trovare lì quello che cercava.
       Stava calando la sera quando varcò il cancelletto di ferro della chiesa e subito sulla sinistra le apparvero allineate le croci, emergenti come steli dal manto bianco. Un uomo anziano con guanti e berretto calato sulle orecchie e una pala in mano stava liberando dalla neve una sepoltura contornata da numerosi lumini rossi. L’effetto era stupefacente, ancor più in un minuscolo cimitero.
     Cate ne rimase incantata e salutò l’uomo come se lo conoscesse da sempre “ Salve, è suo figlio, vero? Un bel ragazzo…” disse indicando la tomba e, senza pensarci, aggiunse “ è successo da pochi mesi, a giugno… un incidente?”.
L’anziano sollevò il capo e le si rivolse con sguardo schivo “un brutto male…”, riprese subito a spalare come se ciò gli servisse a scaricare il peso di un insostenibile dolore.
   La giovane provò un tuffo al cuore e la fronte le si imperlò di sudore freddo quando, rivolgendo solo in quel momento lo sguardo alla lapide, si accorse che la data della morte e la fotografia del figlio venivano solo allora liberate dalla neve! Lesse : “ 5 aprile 1934  - 1 giugno 1954  Karl  Holzl  i tuoi cari”.
   “ E’ dura, cara signora, è molto dura” sospirò con affanno l’uomo.
    Fu un istante, perché come un soffio caldo la pace e l’armonia si fusero col respiro di Caterina, suggerendole parole nuove.
“ Non si faccia ulteriore pena, suo figlio gli è sempre accanto, è solo passato ad altra vita, il suo compito qui era finito… mi creda non soffre, è felice.”
    L’uomo la guardò mesto, ma le sue labbra abbozzarono un timido sorriso.
La giovane indugiò davanti all’entrata della vecchia chiesa parrocchiale: la serratura del basso portone era molto particolare. Era fatta a “3” e una grossa chiave di ferro era posta al suo interno. Per timore che fosse chiusa e lei non voleva infrangere le regole, tornò sui suoi passi e richiamò l’attenzione dell’uomo.
     “ Non si preoccupi, è sempre aperta! Faccia attenzione però il portale è basso.” Le rispose premuroso lui, e aggiunse “ una questione di rispetto per il luogo sacro, ma lei già lo saprà…”.
    L’interno della chiesa era esattamente come Caterina l’aveva visto in sogno: l’affresco rovinato e in parte cancellato, l’aureola della santa intatta, la luce diffusa che inonda l’ambiente secondo lo stile gotico…
     “Fuori è quasi buio…solo pochi lampioni…qui invece c’è tanta luce!” si disse Caterina “ Sì, ma sarà il riflesso della neve…” provò a girare su se stessa a occhi chiusi, come nel sogno, e a lasciarsi andare a quella sensazione di pace che l’aveva pervasa. Si sentì permeata di luce, quasi da respirarla nel profondo e ricordò ciò che aveva letto.
      “Santa Caterina, figlia di re, vissuta nel terzo secolo, si avvicinò a Gesù grazie ad un eremita, rifiutò il paganesimo e per questo fu torturata e fatta decapitare dal padre; ma era anche istruita e bellissima. Ecco perché sulla porta di legno vi sono raffigurati una ruota e una spada!” bisbigliò a labbra  socchiuse.
   Poi, improvvisamente, udì la voce dell’anziano come se  costui le fosse vicino.
   “La necessità insegna a pregare”.
     Si fermò, aprì gli occhi, ma era sola… uscì per raggiungere l’uomo e scambiare ancora qualche parola, ma non vi era nessuno a vista d’occhio.
      Sola, in luogo isolato, lontano da tutto e da tutti… aveva ripreso anche a nevicare e nonostante il candore esteso, le sagome scure delle dolomiti le incutevano un certo timore.
     A quel punto preferì avviarsi alla fermata e tornare in Badia, nella sua calda stanzetta fiorita per poter riflettere. Meglio rileggere qualcosa a proposito di ‘amore’ e di ‘paura’…
    Se affrettava il passo riusciva a prendere la corriera delle 19.
    Nessuno per strada, i pochi valligiani rintanati nelle case.
    Lontano solo qualche abbaiare di cane.
    “ L’amore dissolve la paura” , ecco, aveva trovato tra i suoi appunti la pagina giusta “ …con l’amore viene la comprensione, con la comprensione la pazienza, e poi il tempo si ferma…”.
     Caterina era stata richiamata in quei luoghi da una forza misteriosa ma amica, che voleva ridestarla alla memoria, farla ricordare per riscattarla da un’esistenza passiva e priva d’amore.
     La luce.
     La luce che aveva visto e respirato era energia, energia fatta d’amore e conoscenza.
    Il messaggio le era giunto mentre lei si trovava in uno stato onirico profondo ed era stata pronta ad interpretarlo e metterlo in atto.
    Non si sentiva per nulla spaventata, bensì felice!
    Prima di spegnere la luce della piccola lampada sul comodino, ripose nel cassetto il quaderno dei suoi appunti e fu allora che vi scorse, sul fondo, un libricino sottile con un bel disegno, benché sbiadito, tracciato da mano esperta, che riproduceva una baita in legno, con rossi gerani ai balconi e un prato verdeggiante e fiorito tutto intorno.
    In realtà erano piuttosto pochi fogli ingialliti, tenuti insieme da ago e filo, la scrittura era minuta ed elegante. Vi era un titolo ben leggibile in caratteri più grandi “La pace risuona nel cuore e nell’anima in occasione del Santo Natale”.
    Caterina, incuriosita, ricacciò indietro gli sbadigli e cominciò a leggere: “ Andrac, un paesino di provincia in alta montagna, ospita circa 300 persone, pertanto tutti si conoscono e sono anche informati sulle vicende private, e non, dei suoi abitanti.” Poi molte righe erano cancellate perché l’umidità e il tempo avevano sbavato l’inchiostro rendendo illeggibili le parole. Cate riuscì a capire che si trattava di un’eredità contesa, dopo la morte dei nonni… due fratelli molto diversi… uno che se ne andava rinunciando all’eredità per studiare ed inseguire i suoi sogni altrove, abbandonando tutto e tutti… Adrian ( forse), e l’altro fratello, Felix, che rimaneva unico proprietario del maso…
    Le ultime due facciate erano leggibili: “Adrian e i suoi erano a tavola seduti quando Felix apparve sulla soglia della porta. Quando li vide, prima i suoi occhi si riempirono di stupore, poi, non voleva saperne di attraversare la soglia della porta. Steffy gli fece notare che loro tutti lo aspettavano con gioia ….
La firma era chiara: Irene Crazzolara
  L’indomani Caterina, durante la copiosa colazione alla tirolese che le servì la signora Angela, chiese spiegazioni sul piccolo quaderno trovato nel cassetto del comodino. Nessuno ne era al corrente, fu una sorpresa anche per i proprietari, che tuttavia conoscevano la signora Irene Crazzolara
    “ Come sarà finito lì?” si domandò il signor Ciampac, grattandosi la testa con fare perplesso “ deve scusarci, di solito facciamo una revisione accurata della stanza quando gli ospiti se  ne vanno…”.
     “ Oh, non lo dicevo per questo… anzi mi ha fatto piacere trovarlo, soprattutto per il disegno a pastello sulla prima pagina! Mi diletto anch’io a disegnare: illustro brevi fiabe che invento nei momenti di estro narrativo”.
     “ Davvero?” esclamò compiacente Angela, una donna corpulenta sulla cinquantina dal fare istintivo “ allora deve proprio conoscerla la Crozzolara! Ci fa una concorrenza spietata con gli ospiti, soprattutto con i suoi auguri natalizi! Un raccontino nuovo e diverso per ogni Natale, che in quattro e quattro otto butta giù, così… d’impulso! E come lo apprezzano i clienti quando se lo vedono recapitare giusto l’antivigilia di Natale! Fossi capace io, avrei già aperto un secondo garnì, magari a San Cassiano!”
     “ Taci, donna! Parli per invidia. Irene, insieme a suo figlio, sanno fare bene il loro mestiere e meno male che hanno il maso sempre pieno, anche in bassa stagione… con la disgrazia che hanno avuto!”
     “ Cos’ è successo?” a questo punto Caterina si sentiva intrigata dalla vicenda.
    “ A farla breve” rispose il signor Ciampac “ tre anni fa una valanga si è portata via marito e figlio maggiore, ma loro non si sono dati per vinti e hanno proseguito l’attività al meglio, pagando fino all’altro giorno i debiti che avevano contratto per la ristrutturazione della pensione: il maso della Posta, l’esercizio più vecchio del paese.” 
      Caterina in  quel momento comprese… la sua fuga aveva rappresentato una svolta significativa nella vita, quando, di fronte a un bivio si prende una strada, poi non si può più tornare indietro. Aveva sconfitto l’accidia e ora vedeva felicità e speranza dinanzi a sé.
     Avrebbe cercato di ridestarsi alla memoria, ricordare…
      Ora che il cerchio sembrava chiudersi e la parte più profonda di sé  si sentiva sicura e gioiosa.
      Ora che voleva vivere il presente e dimenticare il passato, lasciarlo andare.
      Certo che avrebbe conosciuto Irene, tutto e tutti conducevano a lei, e lo avrebbe fatto subito, riportandole il quaderno e aprendole il proprio intimo, sentiva che poteva farlo, che sarebbe stata accettata perché in realtà nessuno è mai respinto.
      Mezz’ora dopo era seduta nel salottino al terzo piano del Maso della Posta. Irene era con lei, aveva preparato vin brulé  e biscotti ai frutti di bosco. Non lo sapeva, ma l’aspettava.
     Cate le aveva spiegato senza alcuna omissione… Irene aveva ascoltato e non aveva giudicato. Le aveva mostrato la sua stanza in mansarda e le aveva detto che poteva alloggiare presso di loro dall’oggi stesso, per prendere confidenza col posto ed entrare in  servizio appena avrebbero aperto all’arrivo dei primi ospiti, di lì a pochi giorni.
     Nessun affanno traspariva dalle sue parole: “ fra poco arriverà anche Andreas, mio figlio, è un bravo ragazzo, molto serio e lavoratore, ti troverai bene qui da noi, vedrai…”
      “ Allora, non sa dirmi come è arrivato nel cassetto del comodino il suo libretto con la storia della famiglia Andrac?”
      “ Oh cara, ne invio tanti… magari è stato dimenticato da qualcuno che, come te, ha trascorso qualche notte dagli amici Ciampac. Non chiederti il perché di ogni cosa, anch’io un tempo facevo così, ma se avessi continuato… ora vivo il presente, non torno più ai vecchi pensieri, la vita mi ha reso più sapiente e intuitiva. Oh, ecco, arriva Andreas!”
      Irene si alzò sentendo chiudere l’uscio dell’ingresso sul retro e passi salire le scale. Indugiò un attimo prima di scendere.  “ Mettiti a tuo agio, abbiamo chiacchierato e trascorso un momento piacevole… ci vediamo a cena, alle sette in punto”.
     Caterina rimase esitante sul divano del salotto chiedendosi perché Irene non le avesse presentato subito il figlio, lei era lì, poteva essere l’occasione giusta, a pensarci bene, però, da quando aveva lasciato la Riviera le cose avevano preso una piega del tutto imprevedibile, la matassa si stava sbrogliando da sola e lei non doveva preoccuparsi del futuro: tutto sarebbe successo a tempo debito.
     Nel pomeriggio uscì “per continuare ad ambientarsi”, come aveva suggerito Irene. Pagò il conto dai Ciampac, facendo presente il cambiamento di situazione e si concesse uno spuntino con una fetta di torta sacher nella solita pasticceria.
    La giornata era discreta e un pallido sole aveva fatto capolino tra le nuvole per intiepidire l’aria.
    Passeggiando arrivò a metà costa, lungo un sentiero dal quale la veduta sul paese era a 360 gradi. Di lì poteva vedere i campi dietro il maso di Irene e così scorse una figura alta che ci dava di ascia per tagliare legna  da ardere. Indossava pantaloni scuri e una camicia azzurra, non distingueva altro. Poteva trattarsi del figlio o di un vicino, le case erano piuttosto raggruppate e contigue. E se avesse tagliato per i campi in discesa? Spostò lo sguardo a destra e vide un piccolo cancello in rete e legno, con una pietra a fare da contrappeso, la neve in fondo non era ancora così alta da sprofondarci con gli scarponcini…
     Procedette a zig-zag com’era prudente fare, accompagnata dal lontano  abbaiare dei cani .
    Per un attimo, ma solo per un attimo, il suo pensiero spaziò fino a casa, al cucciolo di cocker spaniel che aveva lasciato ancor prima di conoscere, poi, arrivata a circa una decina di metri dalla legnaia e dall’uomo che le dava le spalle, senza troppo pensarci esordì in un vigoroso “salve!”, inducendo l’abbaiare a moltiplicare l’ intensità e la persona a voltarsi.
     Dovette percorrere ancora pochi metri lungo il pendio nevoso per sentirsi trasalire e d’istinto bloccare le gambe , ma durò una frazione di secondo e il giovane neppure se ne accorse, anzi ripose l’accetta e accolse Caterina con un sorriso e un cenno della mano.
     “ L’ho già veduto! E’ lo stesso ragazzo del cimitero attiguo alla chiesa di santa Caterina… impossibile, saranno gli occhi… sì gli occhi… ecco perché ho creduto di conoscerlo!” questo pensò la giovane mentre le gambe non rispondevano al comando del cervello.
     “ Salve, è il nostro nuovo aiuto? Sono il figlio di Irene, Andreas!”  allungò la mano per stringere la sua.
     “ Sì, sono io… Caterina, molto lieta, ma non volevo distoglierla dal suo lavoro…” Sentì una stretta vigorosa che le riscaldò la  mano.
     “ Non crede che una pausa mi faccia anche piacere? Non faccia come mia madre che mi vorrebbe all’opera giorno e notte! Naturalmente scherzo… so che è già informata del lutto che abbiamo subito.” 
      “ Sì, mi dispiace tanto… spero di poter essere d’aiuto. Voi almeno siete in due, io completamente sola… non ho mai conosciuto i miei genitori, non ho parenti e ora ho voltato pagina!”
      “ Mi dai del‘lei’? Non mi sembra il caso, non credi? Siamo quasi coetanei, e se dobbiamo iniziare una costruttiva collaborazione…”
      “ Come vuoi Andreas, ti ringrazio, sono molto contenta di aver trovato voi qui a Badia. Farò del mio meglio per non deludervi. Bene, allora ci vediamo a cena, a dopo”.
      Salì in camera e vi rimase fino a sera.
      Lo sguardo di quegli occhi chiari come un cielo terso era veramente lo stesso del povero giovane deceduto pochi mesi prima! Ed era a lei noto e familiare, salvifico e sincero.
      Cate rifletté a lungo mentre rileggeva i suoi appunti.  Provò a disegnare una Doralice, tartaruga in letargo in una legnaia riparata e asciutta… le sembrava che fosse la matita a condurre la sua mano, il disegno prendeva forma da solo… la signorina Spazzaorti non era più sola!  
“Basta così!” si disse e si preparò per scendere a cena. Avrebbe voluto presentarsi al meglio, ma non aveva altro da indossare eccetto una maglia a collo alto verde brillante che tutto sommato si intonava ai capelli fulvi. Optò per quella e si domandò (piacevolmente sorpresa) come mai il suo cuore le aveva suggerito questa insolita attenzione. Guardandosi al piccolo specchio dell’armadio pensò “ Caterina lascia che sia…”.
    Irene e Andreas erano già in cucina, una ai fornelli, l’altro intento ad apparecchiare tavola per tre. Il fuoco nella grossa Stube di maiolica scoppiettava, segno che era stato appena attizzato con nuova legna e l’atmosfera era calda e gradevole per i profumi di stufato misti a spezie dolci.
    Il sorriso che le rivolse il giovane era dolce e carico di significato. D’istinto ricambiò e si sentì stranita, come disarmata… che fosse scattata una certa combinazione chimica della quale aveva sentito parlare, con una bonaria invidia, tanto tempo fa?
     La serata trascorse d’incanto, come tra vecchi amici.
Caterina si dilungò sulle sue passioni, le fiabe e i disegni; confessò la propria golosità per i dolci tirolesi e tra una chiacchiera e l’altra emerse  un vecchio progetto di Irene (mai realizzato), che prevedeva l’apertura di una chocolaterie di famiglia, annessa al maso.
    “La nonna era una vera esperta di cioccolato, per tradizione. Mi diceva sempre che il buon cioccolato è come l’amore, non basta mai, una vera terapia della dolcezza! Io guardavo incantata e imparavo: gli ingredienti, l’impasto, le giuste dosi… e ogni giorno mia madre creava un dolcino diverso. Mi diceva che, in base alla forma di cioccolato scelta, veniva svelata la propria personalità: la forma rotonda rivela il bisogno di compagnia, quella quadrata mette in luce una personalità equilibrata e costante, infine il cioccolatino rettangolare è scelto da colui che sa ascoltare e ostenta calma” spiegò con sussiego Irene.
     “ Perché allora non aprirla in futuro, mamma?” suggerì con entusiasmo Andreas.
     “Oh sì, che bella idea, io potrei imparare ed essere di aiuto! Oh, scusate, ancora non so se mi terrete a lavorare qui con voi… che sciocca” Cate arrossì abbassando lo sguardo.
   “ Vediamo come va la stagione e poi ci pensiamo”, replicò Irene “ mai fare il passo più lungo della gamba! Oh, ma è tardissimo. Andiamo a dormire, domani é un altro giorno. Io vi saluto, buonanotte ragazzi.”
    Con un cenno della mano e un sorriso, la donna si accomiatò.
      “ Buonanotte. Salgo anch’io Andreas, sono un po’ stanca. A domani”.
      Il giovane, rimasto solo, indugiò ancora un attimo, terminando a piccoli sorsi il mezzo bicchiere di vin brulé rimasto, poi sbirciò fuori dalla finestra: la notte era stellata. Fece il suo consueto giro serale per controllare che tutte le porte fossero serrate e  la grande stufa di maiolica sopita per la notte. Si accertò che solo la luce fioca della lampada notturna rimanesse a vegliare il silenzio della montagna.
      Nei loro letti, al caldo della trapunta, ognuno si interrogava sulle bizzarrie del destino, sugli incontri, sui progetti.
      Caterina si stupiva dell’approccio inconsueto che aveva avuto con Andreas, si sentiva attratta da lui anche fisicamente, al punto che lasciarlo con quella repentina ‘buonanotte’ le aveva procurato una morsa allo stomaco; avrebbe voluto abbracciarlo, a lungo e stretto, in una sorta di compensazione affettiva della quale aveva sentito, prepotente, il bisogno.
      Non  poco turbata, sperava in un altro sogno rivelatore che l’aiutasse a dipanare la matassa delle ultime travolgenti emozioni.
      La sua santa o il suo angelo custode (neppure lei sapeva come esprimersi) l’ascoltarono e un nuovo sogno, quasi un viaggio astrale, le palesò il ricordo di una vita ancestrale.
      “Sto salendo scale di tutti i tipi, senza sapere dove mi conducano.
Sono disorientata e mi sembra di aver dimenticato qualcosa altrove e vorrei tornare indietro, ma sono combattuta e, nell’incertezza, proseguo. Sono sola e nessuno mi viene incontro per i tanti gradini che affronto, pur senza affanno. Giungo infine su un ampio pianerottolo dove numerose porte numerate si presentano chiuse o socchiuse. Senza troppo pensare sospingo la porta numero cinque e mi trovo in un giardino magnifico, con aiuole variopinte, roseti, felci e alberi fioriti, passeri, pettirossi e capinere svolazzano da un ramo all’altro in un allegro cinguettio che rallegra l’aria. Mi sento compiaciuta della scelta che ho fatto e mi sembra di aver capito il senso del mio pellegrinare in salita. Guardo i miei piedi e sono scalza, una volta ancora più contenta di aver camminato  tanto senza che la pianta delle mie estremità mi dolga. Lo sguardo sale su oltre le gambe e arriva al busto, richiamato da un’ intensa luminosità. Allora vedo un luccicante cordone argenteo che sembra scaturire dal mio plesso solare e prolungarsi in alto per una decina di metri dove prende poi forma  eterica dilatandosi e muovendosi, tanto che a me sembra di vedere la sembianza conosciuta di santa  Caterina. Tale ‘presenza’ non parla, ma capisco che mi vuole condurre oltre e io mi lascio trascinare felicemente frastornata.
    Presto  arrivo in una radura, dove un giovane è seduto su un sasso e mi volge la schiena, accanto a lui con il collo allungato fuori dal carapace, una grossa tartaruga che subito riconosco come la mia Doralice.
    Non sono stupita, anzi accetto la circostanza con gioia arrivando accanto alle due figure in un battibaleno. Appoggio una mano sulla spalla della persona seduta che solo allora si accorge della mia presenza. I suoi capelli hanno il colore del sole e sono lunghi sul collo. So che si tratta di un uomo. Si gira e anche se la parvenza non è quella di Andreas (la qual cosa  io mi aspetto), accolgo la richiesta della sua mano tesa, la prendo e mi lascio condurre fino ai margini di un promontorio a strapiombo sul mare increspato.
    Sempre tenendoci la mano e in silenzio, il mio compagno indica l’orizzonte marino: laggiù l’acqua è visibilmente più scura. Per un istante mi sento trasalire, la stretta della sua mano si fa più decisa, gli rivolgo lo sguardo: ora è lui! E’ Andreas e nei suoi occhi vedo il cielo terso e mi sento felice!
    A questo punto mi sveglio con una consapevolezza nuova”.
    Questo aveva scritto Caterina, riportando il suo straordinario sogno nel quaderno degli appunti.
    L’avrebbe ripreso in mano, per rivederlo e adattarlo al primo libro di racconti con illustrazioni a due mani, di Irene e sue, pubblicato due anni dopo, quando la chocolaterie  di Andreas e Caterina era già avviata e visitata da molti avventori  provenienti da tutta l’Italia.
    In cucina la piccola Cecilia, in piedi nel suo box dondolando sulle gambine cicciottelle, guardava estasiata le abili mani della mamma che impastavano sulla grande asse di legno intagliata dal suo papà; ogni tanto la bambina emetteva  gridolini di gioia e si arricciava  sul ditino una ciocca di rossi capelli ribelli. 

Raffaella Gozzini




VOGLIAMOCI BENE DONNE!

Mi rivolgo alle donne, madri, mogli, lavoratrici, affinché riflettano sulla pericolosità di certe abitudini di vita, dannose per la loro salute, fino a renderle potenzialmente anoressiche.
Donne tornite che decidono di eliminare due chili in più, per superare la prova costume.
 Iniziano quindi una dieta e lavorano, vanno a dormire tardi per pulire la casa, portano i figli a scuola la mattina, li accompagnano a fare sport il pomeriggio, mangiano un pasto veloce, per andare in palestra nella pausa pranzo, nel frattempo dimagriscono e vanno avanti ostinatamente nell’intento di raggiungere il peso perfetto.
Donne, la perfezione alla quale aspiriamo è una sottomissione a modelli malati, creati da una società che ha deformato il nostro corpo. E mentre cerchiamo la perfezione, ci troviamo nell’anticamera dell’anoressia.
Non saltiamo i pasti, ma mangiamo con moderazione e con calma, riflettendo se già stiamo esagerando nel seguire regimi alimentari troppo rigidi, prima di sprofondare nelle sabbie mobili dell’anoressia, malattia devastante per la mente e il corpo.
Dimagrire non è un istinto primordiale, è un comportamento entrato nel nostro DNA, a seguito d’immagini di donne irreali, proposte dalla televisione e dai giornali.
Aspiriamo a un corpo armonioso, senza stravolgere la nostra costituzione e dimagriamo se necessario; a volte due chili in più sono parte della nostra famigliarità!
Usiamo il buon senso se una rivista ci propone una dieta, senza prendere alla lettera messaggi di grande effetto, ma non veritieri e se leggiamo: ” Veloce è ritrovare l’equilibrio del peso, ” ricordiamoci che dimagrire velocemente provoca scompensi fisici e mentali.
Velocemente correremo per prendere il treno per andare al lavoro, ma se dobbiamo dimagrire, rispettiamo sempre le esigenze del nostro corpo e della nostra mente.
Se ci consigliano di disintossicarci dalle abbuffate delle vacanze, ricordiamo che non abbiamo assunto droghe, ma solo mangiato di più, riportando alla memoria sapori dimenticati.
Una buona mangiata fa bene all’umore e all’amore. Mangiare è un piacere, come fare l’amore.
Se ci esortano a combattere contro la cellulite, non dimentichiamo che non è per nulla una malattia mortale, ma fa parte dei nostri ormoni femminili e dell’essere donne.
Chi se ne importa se la cioccolata favorisce il ristagno di liquidi nei tessuti. Un pezzo di cioccolato è una coccola, da mangiare lentamente, affinché il suo gusto rimanga a lungo nel palato.
La cellulite sparisce se indossiamo costumi che non espongono le forme nei minimi dettagli e aggiungo che solo le donne si preoccupano di cercare nelle altre donne la pelle a buccia d’arancia, ma a un uomo intelligente non interessa la ritenzione idrica.
Ammiriamo la sensualità delle forme di Sofia Loren, mentre nel film “Ieri, oggi, domani” fa lo spogliarello davanti a Marcello Mastroianni, per nulla interessato alla sua eventuale cellulite. Piena e intrigantemente vestita, esplodeva di femminilità.
Per quanto riguarda le taglie dei vestiti, ci si chiede come una donna normale possa entrare in vestiti per bambine.
Non possiamo entrare in pantaloni che non si adattano alla nostra struttura, non siamo manichini!
Le donne che vediamo sugli schermi sono bambole costruite in serie. E’ autodistruttivo volerle imitare. Non sono libere di scegliere, ma schiave di chi costruisce la loro immagine.
Amiamo il nostro corpo, non guardiamo con sospetto un bel piatto di pasta e valorizziamoci con intelligenza, saremo esempio positivo per le figlie, forse più libere da pericolosi condizionamenti e per i figli, futuri uomini, forse più attratti da donne in carne e ossa.
 L’anoressia non colpisce solo le ragazzine, ma la donna in senso assoluto, per questo motivo impegniamoci a essere portatrici di messaggi positivi, costruttivi, di vita, di forza, di coraggio, di rassicurazione e serenità.
Aiutiamoci le une con le altre a fare tabula rasa di canoni estetici distruttivi.
Quando una nostra amica ci confessa con preoccupazione che deve dimagrire, se ci accorgiamo che in realtà sta bene così, diciamole sinceramente: ”Secondo me hai delle belle forme, che dovresti mettere in risalto con intelligenza e buon gusto, ma non devi perdere peso!”
E non diciamo sempre: ”Come sei dimagrita, come stai bene!” quando invece ci accorgiamo che il dimagrimento è eccessivo, per non correre il rischio di indurre una persona a proseguire in un cammino pericoloso.
La vita può riservare meravigliose sorprese, e presentarsi sempre come un percorso privo di ostacoli, ma a volte può essere ingiustamente crudele, colpendoci inaspettatamente, devastandoci con malattie, lutti, dispiaceri.
Non facciamoci del male a priori, non distruggiamoci da sole, affrontiamo la vita con pienezza dentro e fuori!

Barbara Parodi